Meglio sole che nuvole

Meglio sole che nuvole
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J. sta tornando a Miami. Ha appena trascorso un mese con Sir Gold ‒ ma potrebbe essere qualsiasi altro uomo ‒ e, immancabilmente, anche questa volta non è andata bene. J., mentre guida la macchina verso casa, pensa che forse è meglio dire basta. Basta uomini, basta tutto questo acconciarsi, vestirsi per gli appuntamenti, uscire a bere, accettare i corteggiamenti, qualche battuta maliziosa per cosa? Perché tutto finisca, già la mattina dopo, oppure il mese successivo, poco importa. Si dedicherà al suo lavoro, di traduzione e re-interpretazione dei racconti mitologici raccolti nelle Metamorfosi di Ovidio, si dedicherà a sua madre, che ha un forte problema di labirintite e che deve convincere a trasferirsi in un centro per anziani. Si prenderà cura del suo vecchio e malconcio gatto, l’unico che le sia stato veramente accanto in tutti questi anni e che lei, no, non abbandonerà mai, neppure se le riempie la moquette di pozzette di pipì. Osserverà i suoi vicini dalla piscina a forma di clessidra del suo residence e andrà tutto bene così. Anche se la sua amica K. le dice di uscire, che la vita è là fuori, che basta che prenda coraggio, e che è troppo presto per ritirarsi. Ma J. può fare a meno di molte cose anche se, a dire la verità, si immagina spesso in scene da film hard con i proprietari delle barche ormeggiate e si sente sempre in bilico quando un qualche suo ex spunta dal passato per invitarla fuori a cena...

Se pensate che Ovidio con Miami abbia poco a che fare, vi ricrederete. Pensate: le Metamorfosi di Publio Ovidio Nasone, poema di quindici libri scritti presumibilmente tra il 3 e l’8 d.C. ‒ non propriamente ieri, ecco ‒ e che riprendono a loro volta la mitologia classica a partire dalla creazione del mondo con il mito di Chaos fino alla trasformazione in astro di Cesare (catasterismo), vengono tradotte e analizzate dalla protagonista del libro, J., che ne vede una stretta correlazione con la propria vita e che nel leggerle ne trae giovamento e rassicurazione. Anche J., a volte, vorrebbe diventare roccia nei confronti dell’esterno, di una realtà che le sembra aggressiva e pronta a ferirla, lei che viene scossa alla vista di un’anatra senza branco e con un’ala malconcia o da una donna pallida e dai misteriosi comportamenti, N., che abita nel suo residence inquietante. Questo romanzo ha il pregio di utilizzare registri differenti e a volte quasi contrastanti da una pagina all’altra, e la bravura della autrice è nel rendere tutto estremamente credibile. Anche noi, nella nostra quotidianità, potremmo benissimo essere immaginate come J. mentre camminiamo contando gli esercizi di Kegel, pensando alla cena della sera, preoccupandoci per un genitore malato e, nello stesso momento, cercando con lo sguardo un uomo nei paraggi che risponda al nostro sguardo. Ben lontano dai soliti romanzi rosa, lo consiglio a tutto quel pubblico femminile che è pronto a riflettersi in un’immagine che fa pensare (molto), a volte ridere e, spesso, fa un po' male.



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