Melampus

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Un’estate degli anni ’60 lo sceneggiatore cinematografico Giorgio Fabro lascia Roma e si trasferisce a New York. Sta lavorando ad un film, una coproduzione italo-americana che stenta a decollare. Gli è stata assegnata un’assistente/segretaria, Florence Baker, “di una bellezza pulita, ottenuta con cure disinvolte, di donna sola; che lavora fra gli uomini e deve ogni giorno sorprendere per la sua semplicità”. Superato il jet-lag, Giorgio inizia a familiarizzare con Manhattan e a collaborare con Florence. La donna deve abituarsi a un lavoro fatto di lunghi silenzi, in cui possono passare mezz’ore intere di riflessione tra una dettatura e l’altra di Fabro. Lei occupa questo tempo fumando, bevendo, accoccolata sul divano della stanza d’albergo di Giorgio o seduta in silenzio davanti alla macchina da scrivere. Nei lunghi weekend che lo sceneggiatore passa da solo, la noia e la malinconia lo assalgono. Un sabato sera decide di andare a teatro: senza aver deciso prima a quale spettacolo assistere passeggia a caso, deciso a entrare nel primo locale che non ha la fila alla biglietteria. Finisce in un teatrino “off”: gli spettatori sono pochi, una quindicina, e familiarizzano tra loro fin quando sul palcoscenico appare “un giovane dai modi disinvolti: il direttore o regista dello spettacolo”, che inizia a interrogare gli spettatori sulle loro vite. Diventa subito chiaro che la platea è parte dello spettacolo, anzi è lo spettacolo. Tre ragazze del pubblico vengono chiamate sul palco a raccontarsi, la più carina delle tre spiega quanto odia la sua famiglia, tra risatine e imbarazzi. Rientrando in albergo un po’ annoiato, Giorgio trova un messaggio di Florence: la mattina successiva andranno al mare insieme, lui, la donna e il suo cane Melampus, un cocker spaniel…

Pubblicato nel 1970 assieme all’altro romanzo breve Oh Bombay! in un volume dal titolo Il gioco e il massacro e qui riproposto da solo, Melampus è la cronaca di una deriva, della disgregazione - accettata con nonchalance, però, e raccontata con eleganza - delle convenzioni sociali e sessuali in un rapporto di coppia. Flaiano (che all’epoca della pubblicazione era una figura soprattutto legata al cinema, percepito quasi come un alter ego del protagonista Giorgio Fabro) ci racconta con una favola un po’ surreale un po’ da nouvelle vague l’irrazionalità assoluta dello stato amoroso, le dinamiche di dominio, sottomissione e possesso che ne rappresentano il lato oscuro ma più divertente da frequentare. Nato come sceneggiatura per un film mai realizzato che doveva avere Marcello Mastroianni e Faye Dunaway come protagonisti e lo stesso Flaiano dietro alla macchina da presa per la produzione di Carlo Ponti, Melampus finì per arrivare comunque nelle sale cinematografiche, ma in una versione lontanissima dall’originale: ne La cagna di Marco Ferreri (con Mastroianni sì, ma con Catherine Deneuve come protagonista femminile) infatti di questo apologo newyorchese di intellettuali italiani e hippy scatenate rimane ben poco, solo un’ombra dell’idea di base. Una curiosità: tra le bizzarrie degli americani degli anni ’60 il protagonista del romanzo annovera l’incredibile – a suo dire – consuetudine di far fare i bisognini ai gatti domestici in vaschette ripiene di una strana “sabbietta” fatta di sassolini leggeri, una roba folle che mai e poi mai avrebbe potuto prendere piede in Italia (!!!). Fulgido esempio del malcostume che più volte abbiamo denunciato la IV di copertina (e le sue numerose declinazioni travestite da recensioni che si trovano in Rete), che racconta come fosse l’incipit del romanzo l’incontro di Giorgio con Liza Baldwin, che invece avviene – fatto salvo un brevissimo cameo (lo spettacolo teatrale “off”) che però non conta ai fini di questo discorsi – circa a metà del libro. Non solo per l’anonimo estensore della IV di copertina la prima parte del romanzo pare non esistere e non contare, ma si spiattella così all’aspirante acquirente/lettore la scelta/metamorfosi di Liza, unico “colpo di scena” e cuore del romanzo. Vedi alla voce: spoiler.

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