Memorie di un cacciatore di draghi

Memorie di un cacciatore di draghi
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La prima volta Jaffy Brown  è nato sulle acque del Tamigi a Dite Bermondsey, in una casa di legno sull’acqua ancorata a pali fatiscenti. Il tanfo che saliva da sotto le assi si appiccicava sulla pelle e faceva compagnia per tutto il giorno, faceva vomitare chiunque passasse di lì, ma per lui era semplicemente l’odore di casa. Sua madre gli aveva raccontato che suo padre era un marinaio e che era morto prima della sua nascita, ma i particolari di quella storia cambiavano ogni volta e crescendo era diventato difficile credere che fosse vera. Una notte lui e sua madre scapparono lungo il London Bridge e andarono ad abitare nella soffitta della signora Regan. Al mercato di Watney Street Jaffy nacque per la seconda volta, quando la sua testa finì tra le fauci della grossa tigre del signor Jamrach. Andare a lavorare per lui, all’interno del suo serraglio di bestie provenienti da ogni parte del mondo è solo l’inizio di una grande avventura…
Come in un classico romanzo di viaggio dell’Ottocento Carol Birch trascina il lettore fin dalle prime pagine in un universo dal fascino antico ed esotico insieme. Impossibile non pensare alle storie di Emilio Salgari, impossibile anche non ricordare lo splendido Vita di Pi di Yann Martel: eppure, nonostante i richiami evidenti ad altri autori e ad altre avventure, la storia della Birch incanta e ha il potere proprio dei grandi libri di rapire il lettore per trascinarlo nel mondo del piccolo Jaffy, che attraverso il suo viaggio - senza dubbio metaforico - percorre la storia per diventare un uomo. Quando si parla di narrativa di intrattenimento sarebbe bene far riferimento a romanzi come questo, dotati di quella forza straordinaria propria della maestria del narrare.

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