Memorie di una geisha

Sayuri – che un tempo si chiamava Chiyo – ricorda la sua casa ‘ubriaca’ in riva al mare, in precario equilibrio come il suo destino. Dentro sua madre sta morendo in una composta miseria e suo padre è troppo vecchio persino per piangere. Chiyo ha nove anni e sua sorella poco più, un futuro incerto le aspetta oltre la soglia di casa, che ne sarà di loro appena morta la mamma? Chiyo corre al villaggio e s’imbatte nel signor Tanaka: è l’incontro che cambierà i loro destini, i suoi insoliti occhi grigio-azzurri non sono indifferenti all’uomo e poco dopo Tanaka ha deciso: le ragazzine lasceranno il villaggio per la grande Kyoto. Chiyo è destinata all’Okiya Nitta, una casa di geishe nel quartiere di Gion: lì, se il destino le sarà favorevole, compirà il suo apprendistato e inizierà la sua nuova vita…
Nel romanzo pubblicato nel 1997, Golden usa l’espediente narrativo delle memorie e lascia raccontare a Sayuri la sua storia, realizzando l’affresco crudele e poetico di un mondo chiuso, che lui stesso ha imparato a conoscere vivendo in Giappone e studiandone l’arte e la lingua, raccogliendo negli anni le testimonianze di geishe come Mineko Iwasaki – alla quale il personaggio di Sayuri è liberamente ispirato - che in seguito lo denunciò per diffamazione. Nel Giappone degli anni ’30 Chiyo compie i primi passi nel mondo segreto di Gion, diventando da semplice ‘bozzolo’ (ragazza che studia per diventare geisha) un’apprendista, infine una geisha tra le più richieste. Due incontri segnano la sua vita: quello con Tanaka che la vende all’okiya, e quello con il Presidente, che per anni resta uno sconosciuto gentile a cui Chiyo rivolge le sue fantasie amorose, unico filo di speranza a cui resta aggrappata. La prosa raffinata di Golden rende Sayuri viva, di carne e sangue, con le sue inquietudini da adolescente e i doveri di un’adulta, alla perenne ricerca di equilibrio e misura. Tutta Gion rivive con le sue tinte pastello e le sale da tè, sospesa tra incanto e decadenza, un mondo fossilizzato che solo la guerra riesce a scuotere dal suo torpore millenario. Con l’estrema precisione di un calligrafo l’autore tratteggia uno scorcio di Giappone segreto, la ritualità e le gerarchie dell’okiya, l’incanto di una danza col ventaglio, l’orrore di una verginità venduta al migliore offerente. Un mondo in cui convivono superstizione e bellezza, eleganza e avidità. La geisha impara a non dire né troppo né troppo poco, mantiene un equilibrio da funambolo, mentre la sua vita resta in bilico sul precipizio ella incarna perfezione e immutabilità, maschera i sentimenti col trucco così che anche lo specchio menta. L’erotismo è sottile, solo a volte sconfina nella banalità del sesso a pagamento: il confine tra amante, artista e prostituta diventa labile al punto da scomparire, e si finisce per ascoltare solo il fruscio dei kimono e il suono dello shamisen.

 

 

 
 
 
 
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