Meno dodici

Meno dodici

Il 25 ottobre 2001 è un giorno come tanti altri nella vita del dott. Piccioni: uno dei suoi figli compie 8 anni, per cui dopo averlo accompagnato a scuola passerà a prendere dei dolci prima di andare in ospedale, nulla lascia presagire la funzione di spartiacque che questo giorno assumerà nella sua vita dodici anni dopo, quando il 31 maggio 2013 si sveglierà in un letto di ospedale convinto che sia proprio il 25 ottobre 2001. Quando lo estraggono dalla sua auto incidentata, Pierdante si sveglia letteralmente nel futuro, è una sorta di alieno, o meglio un umano in visita a un pianeta di marziani di cui non riconosce volti, usi, costumi: colleghi e amici ingrigiti, estranei che pretendono di conoscerlo, due adulti barbuti hanno sostituito i suoi due deliziosi bambini, sua moglie Assunta ancora bellissima ma visibilmente provata… È stato in coma per dodici anni? No, lui quegli anni li ha vissuti intensamente, collezionando successi professionali che lo hanno portato alla carica di Direttore dell’Unità Operativa di Pronto soccorso dell’ospedale di Lodi, consulente del Ministero della Salute e cofondatore di una prestigiosa associazione internazionale, l’Academy of Emergency Medicine and Care; ma quei dodici anni sono spariti per sempre dalla sua mente. Nessuno gli restituirà i momenti scivolati via: la premiazione di suo figlio per una filastrocca scritta insieme a lui per esorcizzare la mostruosità dell’11 settembre, il viaggio della speranza fatto a New York in cerca di una terapia per l’ennesima recidiva del tumore di sua moglie Kunta, gli anni in cui sua madre si è spenta lentamente. Pierdante Piccioni non consentirà, però, a niente e nessuno di mettersi sulla sua strada e per diciassette lunghi mesi si sottoporrà a un estenuante processo di recupero consistente essenzialmente nel metabolizzare ciò che non ricorda ormai più: non solo quello che c’è in più rispetto a quel 25 ottobre come l’euro, google, la mail, lo smartphone, i social media, ma anche quello che c’è in meno, come l’infanzia dei suoi figli, la sparizione del telefono fisso. Ma finirà per imparare anche qualcosa di sconcertante su se stesso e la persona che era diventato nel corso dei dodici anni che il suo cervello ha rimosso…

È un percorso lento quello che Pierdante Piccioni ha compiuto per riconciliarsi con un passato con cui deve convivere senza sentire di esserne stato parte e, che ha messo per iscritto in un diario che ha molti tratti intrinsecamente romanzeschi. È difficile che il risultato di un lavoro a quattro mani sia un’opera letteraria brillante, ma l’apporto di Pierangelo Sapegno – giornalista de “La Stampa” ‒ a Meno dodici fornisce a quello che altrimenti probabilmente sarebbe forse solo un diario scritto da un uomo poco avvezzo alla narrativa un onesto piglio cronachistico. Si inanellano gli avvenimenti esaltandone aspetti grotteschi, ironici, divertenti senza tralasciare la loro portata dirompente e catturando l’attenzione del lettore con un testo che però a tratti bordeggia verso una vaga retorica autocompiaciuta. Piccioni ama molto parlare di sé come del prodotto di una società contadina caparbia e tutta d’un pezzo, come del buon cattolico che è una via di mezzo tra “l’albero degli zoccoli e la città industriale”. Quello che le pagine di Meno dodici ci restituiscono attraverso l’uso modico e responsabile di una terminologia specializzata e un attento ma equilibrato scrutinio degli aspetti più emotivi, è una ricostruzione del processo che affronta il cervello umano in condizioni di disagio e insicurezza che derivano dalla scomparsa o dalla modificazione di punti di riferimento del cui processo evolutivo non conserva traccia. Ne emerge un ritratto di uomo che riesce con costanza e determinazione a ricostruire se stesso e a sanare la cesura tra ciò che ricorda e l’immagine attuale di sé. E nel farlo incespica, si blocca, spesso si fa prendere dall’ira o dallo sconforto, ma riesce sempre a rimanere focalizzato sull’obiettivo: riconquistare i suoi affetti, riavere l’idoneità all’esercizio della professione, anche a costo di scontrarsi con le grottesche pretese della burocrazia formale.

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