Meridiano di sangue

1847, Tennessee. Il ragazzo è nato quattordici anni prima, una notte in cui il cielo si è acceso di stelle cadenti e la vita di sua madre si è spenta. Non sa né leggere né scrivere, è taciturno, cupo e violento come un lupo. Va via di casa, lascia il padre e una vita povera, sempre uguale, che non sopporta più. A Memphis vede gli schiavi lavorare e morire come bestie nei campi di cotone. Un anno dopo è a New Orleans, a passare le serate a picchiarsi con i marinai ubriachi. Una sera va molto vicino a rimanerci secco e allora decide di partire di nuovo. Va in Texas, lavora per un po’ in una segheria e per un po’ in un lazzaretto per difterici. Diventa se possibile più duro e più taciturno, sente qualcosa che gli brucia dentro. Nel 1849 è a Nacogdoches e qui incontra per la prima volta il giudice Holden, un uomo massiccio, alto più di due metri e completamente glabro, dal carisma irresistibile. Un uomo capace di far linciare un predicatore itinerante per un macabro scherzo e dopo di offrire un giro di bevute al saloon. Un uomo capace di scrutarti nell’anima. Dopo l’ennesima rissa sanguinosa, il ragazzo si unisce a un battaglione di irregolari dell’esercito statunitense guidato dal tronfio capitano White…
Uscito nel 1985 (ma Cormac McCarthy ha iniziato a lavorarci circa un decennio prima), Meridiano di sangue è ispirato alle sanguinarie “imprese” della banda Glanton, una posse paramilitare di cacciatori di scalpi che tra 1849 e 1850 seminò morte e distruzione nella zona del confine tra Stati Uniti e Messico. Disperata storia nichilista o favola morale? Allegoria gnostica o picaresca avventura pulp? Epica americana o satira del western? Su questo romanzo brutale e visionario la critica discute da decenni senza trovare una chiave di lettura del tutto soddisfacente. McCarthy, come si sa, tace – probabilmente si gode lo spettacolo – e quindi una risposta chiara e definitiva a questi interrogativi non arriverà mai. Con la sua prosa scarna che descrive solo fatti e nessun pensiero o sentimento dei personaggi ma che in compenso sa suscitarne moltissimi nei lettori, l’autore descrive violenza, distruzione e morte con una sorta di realismo magico, come se stesse evocando i demoni nascosti negli abissi dell’animo umano. La sequenza dell’attacco Comanche al battaglione del capitano White che chiude il quarto capitolo è un mirabile esempio di questo approccio da narratore-sciamano: quattro pagine scarse che sono tra i picchi della letteratura occidentale, ai livelli di Omero, capaci di indurre nel lettore un terrore concreto e profondo e al tempo stesso un fascino morboso, probabilmente lo stesso che si prova di fronte alle fauci spalancate di un leone, un attimo prima che cali il sipario.

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