Mesopotamia

Mesopotamia

Il giorno in cui è morto Marat, in città è arrivata la primavera e ora che sono passati quaranta giorni la stagione sta già quasi finendo. La sua morte non ha molto senso. Qualcuno gli ha sparato, una sera, mentre andava al chiosco a comprare le sigarette. Perché? Nessuno lo ha capito dato che Marat, a dirla tutta, non aveva nemici anche se era una persona particolare e al massimo fingeva di non riconoscere qualcuno per strada. Come è d’uso, ci ritroviamo nella sua casa, in giardino, attorno a un grande tavolo. Noi che siamo i suoi amici dobbiamo andarci ma è strano esserci, però sua moglie Alina ci tratta con garbo. La sera, attorno al prato, compare una strana nebbia. Allora cominciamo a raccontare storie sul suo conto, ma bisogna farlo bene perché lo spirito di Marat è là fuori e non se ne andrà fino a che non lo avremo salutato come si deve... A vent’anni il mondo è nelle tue mani, ti si chiede solo di dormire di meno ed è così che Roman vive la sua nuova vita in città, da solo, ospite di Daša, un’avvocatessa amica della madre. Le giornate di Roman, novello Romeo, sono piuttosto semplici: ubriacarsi e aspettare il ritorno di Daša, sperando in un suo bacio e una notte nello stesso letto. E nonostante lei si faccia negare, è indubbio che quella donna gli stia insegnato tutto di quella città, con le sue parole veloci, i suoi racconti schietti...Trent’anni e già tre divorzi alle spalle. E potrebbe riuscirci una quarta volta se solo un’altra donna lo volesse. Ma questo tempo sembra essersi incattivito contro di lui, facendogli inceppare i meccanismi che regolano la sua vita e solo il lavoro allo studio radiofonico prosegue come sempre. Ed è lì che la incontra, portata da Vadyk Salmonella. Una coppia strana davvero, quei due. Lei, con quei capelli biondi, dita arrossate dal freddo, lo sguardo diffidente. Nell’arco di dieci anni lui la insegue, lei si trasforma. Si avvicina, si allontana, cambia spesso uomo. Lui la cerca, lei lo cerca, se si incontrano sembra siano solo pochi attimi, anche quando nella realtà sono giorni o settimane…

Marat, Romeo, Ivan, Mario, Jura, Fomà, Matteo, Bob e Luca. Nove personaggi per nove racconti dentro ai quali i loro nomi appaiono e scompaiono a volte come protagonisti, altre volte da personaggi secondari o solo rimandi a qualcosa di già letto nei racconti precedenti. Insieme a loro, altre figure particolari come quella del Nero, un losco individuo. La città che li contiene e dove vive Žadan è una Charkiv trasformata in una Mesopotamia i cui elementi comuni subiscono una metamorfosi narrativa. Entrambe si trovano tra due fiumi, l’acqua scorre ovunque tra le case ed è portatrice di vita e molteplici civiltà. Il medesimo deserto che circonda la Mesopotamia, nelle torride estati, copre la città di Charkiv di polvere torrida. Ed è qui che vivono i nostri protagonisti: dentro un Eden precario, dal quale non si capisce bene se vogliano scappare o rinchiudercisi dentro. Certo è che la scrittura di Žadan contiene una vita brulicante, descrive individui unici nella loro complessità, ci descrive città in bilico tra la crescita e il decadimento. In Mesopotamia si gioca e si vive tra alti e lugubri palazzoni sovietici, dentro a giardini fuori dal tempo, umidi e freddi, ci si aggrappa a amici, madri e sconosciuti pur di sopravvivere e cambiare la propria vita. In questa lingua così visionaria, pregna di sogni e visioni, di odori, di cibo e alcol, di ombre gelide e di scazzottate, c’è qualcosa di tipico e riconoscibile negli scrittori dell’Europa orientale. Ed è proprio questa spinta al sogno, all’incubo e alla sua interpretazione che allo stesso tempo spiazza e cattura. In questo romanzo ritroviamo l’Ucraina di La strada del Donbas, già pubblicato da Voland e primo volume di un’ideale trilogia della quale questo romanzo potrebbe essere il secondo gradino, in attesa di leggere Internat. Si potrebbe anche dire che, di questo tipo di letteratura o ci si innamora o si viene respinti, poiché i gangli e i meandri sono molti e vanno tutti scoperti e conosciuti fino all’ultima parola. In chiusura, il romanzo lascia spazio a una seconda parte intitolata Precisazioni e riflessioni, bizzarro nome per un testo piuttosto oscuro e formato da un unico e corposo componimento poetico, nel quale ritroviamo echi e rimandi ai nove racconti.



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