Metamorfosi

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XV secolo, Genova. Il giovane Guido, dotato dello “spirito più imperioso, altezzoso, indomabile di cui mai mortale sia stato dotato”, è cresciuto a fianco della bella Giulietta, figlia del marchese di Torella, che, quando è stato condannato all’esilio, ha affidato la ragazzina al padre di Guido, suo caro e fidato amico. Giulietta e Guido si amano sin da piccoli e si sono promessi l’un l’altro (il ragazzo ha persino minacciato di morte un cugino per la gelosia). Un bel giorno il marchese Torella torna dall’esilio, si riprende la figlia, diventa più ricco che mai. Il padre di Guido muore, il ragazzo ha diciassette anni e la situazione si inverte: ora è lui a trovare asilo presso la casa di Torella. In attesa che il tempo del matrimonio maturi, Guido viaggia per tutta l’Europa: a Parigi vive nel lusso sfrenato e dilapida tutti i suoi averi. Gli rimane solo quanto basta per arredare la casa paterna a Genova, tornare e chiedere finalmente in sposa Giulietta… 16 luglio 1833. Per Winzy è il 323esimo compleanno. Da ragazzo era solo un allievo di Cornelio Agrippa, il filosofo e alchimista, che lo aveva reso ricco – lui che era nato povero – e quindi appetibile per l’ambiziosa Bertha, la bellissima ragazza un po’ civetta che da sempre amava. Perso nel lavoro della bottega alchemica giorno e notte, Winzy ha però trascurato Bertha, che si è vendicata accettando la corte di un tale Albert. Pazzo di gelosia, il ragazzo ha trangugiato una pozione che Cornelio Agrippa aveva descritto come capace di “curare l’amore per sempre” ma che invece lo ha reso indomito, sicuro di sé e apparentemente incapace di invecchiare come i comuni mortali… Nell’antica Albania Dmitri è un guerriero temuto, un klepht che vive di rapina e guerriglia. Da giovane in realtà era più affabile e raffinato dei suoi simili, ma l’uccisione della sua bella moglie, originaria dell’isola di Chio, e il rapimento della figlia piccola lo hanno reso feroce e duro di cuore: è arrivato al punto “di provare piacere solo di fronte al sangue”. Il suo sguardo semina il terrore, lo chiamano il “malocchio” e anche lui ama vantarsi di quest’arma soprannaturale. Quando l’amico Katusthius Ziani gli chiede aiuto per liberarsi del rivale Cyril, fratellastro tutto sommato pio e onesto ma che rappresenta per lui un ostacolo per impossessarsi dell’eredità del padre, un ricco mercante di Corinto, Dmitri si attiva per rovinare la vita al rivale di Katusthius…

1823. Mary Shelley è tornata da pochi mesi nell’Inghilterra che le ha dato i natali ma che lei disprezza, e dalla quale è fuggita a diciassette anni. Di tutta la sua famiglia è sopravvissuto solo un bambino di quattro anni, Percy Florence. Ha perso altri quattro bambini per malattia, ha perso l’amato marito Percy Shelley, annegato al largo di Viareggio. Ha solo ventisei anni, ma si sente vecchia e stanca, “una rovina dove vivono soltanto gufi e pipistrelli”, che può “amare solo i morti”. Mary è in gravi difficoltà economiche, e per guadagnarsi da vivere fa ciò che sente di fare meglio: scrivere. Dopo i suoi grandi romanzi Frankenstein e L’ultimo uomo, accetta qualsiasi incarico: scrive racconti, articoli e poesie, cura antologie del defunto marito. A questo furore “professionale” appartengono i frammenti qui presentati. Scritti attorno al 1831 per “The Keepsake”, un almanacco annuale stampato in edizione numerata come dono di lusso e nel 1851 sul periodico “The International Monthly Magazine of Literature, Science and Art”, questi racconti gotici sono esempi assolutamente da manuale di due filoni di grande successo nella narrativa “popolare” del XIX secolo: la favola “nera” e il racconto “esotico”. Molti dei tòpoi dei generi in questione sono facilmente rintracciabili tra le pagine di questo elegante volumetto con il testo inglese a fronte: il patto faustiano con il Diavolo (o meglio in questo caso con un mago nano deforme dalla incredibile ricchezza), la benedizione/maledizione dell’immortalità ottenuta mediante procedimenti alchemici (da sottolineare l’estrema modernità – e la sensibilità tutta femminile – con cui Mary Shelley declina il tema dell’amore tra una mortale e un immortale 150 anni prima di Highlander e di Christopher Lambert) e la retorica della selvaggia morale guerriera delle popolazioni dei Balcani. Echi di Prosper Mérimée (che la Shelley proprio in quegli anni recensiva), di Lord Byron, di Walter Scott si rintracciano in queste opere forse minori e un po’ manieristiche dell’autrice di Frankenstein ma non per questo poco affascinanti.



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