Meticcio

Meticcio
Migranti. O rifugiati. Stranieri alle porte di un’Europa timida, indecisa, razzista, farraginosa, ancora non pronta. Non pronta ad accogliere. Nel chiuso di un recinto (proprietà, identità nazionale, radici culturali) il “noi” europeo guarda al “loro”, all'alterità con una perversa distanza, forbice all’interno della quale oscillano approcci razzisti malcelati quando non manifesti, paura, disprezzo, indifferenza, chiusura. Proliferano costrutti culturali quali colore, identità razziali da preservare: si formano così organismi urbani in cui l’altro è relegato in un compartimento stagno: la periferia, il ghetto. I migranti si ritrovano ingabbiati in ottusi iter burocratici di inserimento e l’Europa, indecisa, si dibatte tra una misura di emergenza e l’altra, mentre tocca ai singoli operatori portare in loco un aiuto concreto, giorno per giorno. Cosa succede, invece, nei luoghi del mondo in cui da tempo ha sviluppato le sue diramazioni il meticciato? Cosa succede in Brasile, nel quale il meticcio da tempo scorre fluido, e fluide scorrono parole quali contaminazione (benefica) , transculturalità e vivacità creativa? Qui, pur tra problemi e difficoltà, si è andata formando una speciale consapevolezza, che è divenire, trasformazione, ascolto dell’altro (non relegato a pericolosa categoria umana, vittima di stereotipi che l’europeo, in special modo l’italiano, ad esempio, mastica ogni giorno senza accorgersene)…

Bruno Barba, antropologo ricercatore a Genova, propone, nel suo “manifesto meticcio”, un primo urgente passo da compiere, un passo così importante nella direzione della consapevolezza meticcia: ovvero l’inarrestabile forza, l’inevitabile convergenza di culture e uomini, l’affrontare l’altro smontando un pregiudizio dopo l’altro, un patologico – occidentale – senso di superiorità dopo l’altro: facendo così in modo che si attui uno spostamento fondante di percezione – per l’antropologo, lungo il vettore di un approccio relativista. La storia va riletta, scrive Marco Aimè nella prefazione, “in chiave di movimenti e scambi” e l’altro si avvicina a noi, così tanto da comprendere in quali modi il meticcio corre ovunque, che ovunque l’uomo è meticcio (“è dentro di noi”) e quanto è fragile questo castello del “noi” e del “loro”. La rigida e vecchia e stanca Europa ha quest’opportunità: non frontiere chiuse (quali frontiere, poi?), ma accoglienza autentica; non paura, ma ascolto, non cultura principale e culture subalterne, ma incarnazioni e influenze di culture. “Il meticciato non opacizza, al contrario genera, rimodella, rianima […] le nostre stanche tradizioni, i nostri valori infiacchiti e labili, il nostro entusiasmo un po’ spento, perfino i nostri incarnati, un po’ troppo pallidi ed esangui; le nostre paure, assurde”.



 

 

 

 
 
 
 

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