Metti via quel cellulare

Metti via quel cellulare

I ragazzi sottolineano il fatto che oggi si facciano mestieri per cui non esistono i nomi. E al padre questa cosa piace. Ma lo preoccupa il fatto che la scuola e l’università insegnino ad affrontare una realtà superata. Le aziende cercano profili che non ci sono, perché nessuno li ha formati. E chi prova a formarli stravolge regole e sistemi che resistono da decenni. Vicino a Treviso c’è un campus per nativi digitali, si entra a tre anni per fare l’asilo e si esce a ventisei dopo il master. Una sorta di accademia platonica per i futuri padroni delle anime. Le testimonianze sono inquietanti. Chi ha un minuto di ritardo resta fuori; e può anche essere giusto. Ma la motivazione è questa, spiegata in un reportage apparso su “la Repubblica” da Marco, 17 anni, che si definisce “studente e imprenditore”: “Il cambiamento corre e travolge invisibilmente tutti. Chi non è pronto quando passa il treno dell’economia digitale non sale più; e paga il prezzo di svegliarsi nel cimitero del passato”. E Andrea, 16 anni, allievo di visual graphic e matematica creativa: “La nostra vita si gioca in un istante. Teniamo il passo per una manciata d’anni. Poi, se non ti circondi di teenager, a trenta è già finita”. Prima passavano anni per capire se una startup funzionava o no, ora se non ha avuto successo in tre mesi va chiusa. Come dice Manuela, 17 anni, scrittrice di ministorie pubblicitarie per smartphone: “Impariamo dall’ignoto. Ciò che si sa, non serve già più”. Per un attimo, nel suo cimitero del passato, il padre si sente in colpa per aver mandato il maschio allo Scientifico e la femmina al Classico, gli viene un brivido nel leggere quel che dice tale Timothy O’Connell, che nel campus dei geni dirige il programma Accelerator: “Non è l’automazione o la delocalizzazione a bruciare i posti di lavoro in Italia. È la lentezza del cervello male allenato dall’infanzia, è un’istruzione astratta che non indica al sapere la via del fare”…

Aldo Cazzullo è un giornalista di chiara fama. È anche, però, autore di numerosi libri, per lo più saggi di argomento storico, culturale, politico, sociale, come Il mal francese, sulla Francia di Chirac, I ragazzi che volevano fare la rivoluzione, sulla vicenda di Lotta Continua, Il mistero di Torino, con Vittorio Messori, Il caso Sofri, L'Italia de noantri. Come siamo diventati tutti meridionali, L'Italia s'è ridesta, La guerra dei nostri nonni e tanti altri. Metti via quel cellulare non fa eccezione: al tempo stesso però presenta degli elementi di novità. È infatti prima di tutto un dialogo chiaro, facile, credibile, autentico, interessante, stimolante, divertente tra padre e figli, come recita il sottotitolo: Un padre. Due figli. Una rivoluzione. E fra due opposte visioni del mondo. Per il genitore infatti lo smartphone è un oggetto superfluo (lui è cresciuto benissimo senza…), che sta accentuando lo scollamento, soprattutto dei più giovani, dalla vita reale: per i ragazzi (Francesco, al secondo anno di Scienze politiche, e Rossana, all’ultimo anno del Classico), invece è un oggetto divertente, una miniera di opportunità, che, se usato con intelligenza ‒ come tutti i mezzi ‒ svolge semplicemente la propria funzione, non è buono o cattivo di per sé e non diventa un’estensione del sé o un’ossessione. Così, tra il serio e il faceto, Aldo Cazzullo, rivolgendosi a tutti, racconta il nostro tempo e le sue priorità.



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