Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese…

Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese…
Come facevano quelle barzellette sull’italiano, il francese e l’inglese? Ah sì… Che cos’hanno in comune un’insegnate, un grafico pubblicitario, un pastore, un operaio, un regista, un responsabile di comunicazione, una centralinista, un commesso, una web-editor, un’impiegata d’agenzia matrimoniale, un avvocato e un addetto alle pulizie? Semplice: fanno tutti la fame! Analizzando il mercato del lavoro successivo all’entrata in atto della Legge Biagi, questo testo presenta la drammatica situazione dei precari italiani. A partire dall’insegnante quarantenne Roberta costretta a rinunciare al desiderio di maternità perché non saprebbe come sfamare i suoi figli; incontriamo Maria, la ragazza civetta delle agenzie matrimoniali, costretta ad adescare i clienti e metterli in imbarazzo di fronte a tutta la sua bellezza, prima di rimandarli a casa a mani vuote, in modo che le loro aspettative d’attrazione sul gentil sesso risultino ridimensionate; per concludere con  il racconto paradossale di Carlo che dorme meno di cinque ore a notte per riuscire a coniugare i quattro diversi impegni lavorativi (tutti precari, precisiamo) che occupano la sua giornata...
Nato dalle interviste raccolte sul quotidiano Liberazione dallo stesso Aldo Nove, Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese... è un insieme di istantanee sul mondo del lavoro precario costituitosi in Italia - anche, grazie e soprattutto - alla legge 30. Ogni intervista è coronata da un cappello introduttivo dell’autore contenuto in un paio di facciate, una sorta di breve invito che Nove stende senza pretendere per sé spazi eccessivi e lasciando così campo libero alle parole dei suoi protagonisti: persone normali, delle più disparate astrazioni sociali, costrette a reinventarsi giorno per giorno pur di riuscire a sbarcare il lunario. Testo che rimane di straordinaria attualità tutt’oggi, Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese... accoppia piacevolmente il racconto di una realtà sofferente, proletaria e operaia con rimandi filosofici benjaminiani e ammiccamenti letterari a quegli anni novanta fatti di Pulp e romanzi giovanili come La buona e brava gente della nazione di Romolo Bugaro.

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