Mi fido di te

Mi fido di te

Cagliari, Tuvixeddu. Fine estate. Luigi Gigi Vianello viene da un’onesta famiglia di lavoratori. Ha un’eterocromia benigna di origine genetica, occhi dal colore diverso (uno verde l’altro celeste, effetto David Bowie). Liceo e laurea inutili in Veneto, voglia di arricchirsi, spaccio di ecstasy nelle discoteche e cruento passaggio al ramo della sofisticazione alimentare, tradimento e fuga in Sardegna: ora distribuisce prodotti adulterati (cibo, erboristeria, pulizia del corpo), gestisce il ristorante “Chez Momò” a Cagliari come copertura, è fidanzato con la solare brava Bianca, si sente in un mondo perfetto e chiuso: gira in Cayenne, ama andare al cinema da solo, beve pura minerale scozzese, mangia con circospezione salutista, scopa con cautela (usando viagra se urge), non cerca guai. Li trova. La bella Mariuccia Sinis, fidanzata con un amato ricco potente sterile lo circuisce e si fa mettere incinta mesi dopo, in segreto. Dovrebbe proprio sbarazzarsene, tanto più che cattivi e buoni si arrabbiano e i traditi del passato lo cercano…

Ennesima opera a più mani per Massimo Carlotto, che qui avvia una collaborazione con il giornalista e scrittore sardo 51enne Francesco Abate. Il nero sta nell’intreccio noir ma anche negli orribili retroscena dietro alla nostra alimentazione, soprattutto quella fuori casa (sempre più frequente). Documentandosi molto dettagliatamente, una decina di anni fa i due raccolsero per anni tutte le notizie vere di crimini alimentari in giro per l’Italia. Il loro primo romanzo insieme anticipa e illustra la dubbia provenienza di molto di ciò che mangiamo (e siamo). Il vero business erano le vongole veraci, non scordiamolo! L’eroe racconta in prima persona come se la è cavata nella vita, con alterno successo (fino al mondo “perfetto” del ristorante), fra Titanic e Jovanotti (da cui il titolo). E molto David Bowie. Eterocromatismo musicale, porcherie vere, enogastronomia incerta. Consigliato alle condotte e ai colleghi soci di Slow Food, affinché non cessino di scoprire anche quanto “non” è buono, pulito, giusto.



 

 

 

 
 
 
 

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