Mi sa che fuori è primavera

Mi sa che fuori è primavera

Irina ha bisogno di mettere in ordine pensieri e sentimenti, per prendere distacco da quello che le è accaduto. E ricominciare. Vuole farlo raccontando la sua storia. Non ci sarà a Natale perché parte per la Patagonia con Luis: la felicità sembra essere ritornata nella sua vita. A dispetto di tutto. Perché, nonostante tutto, non vuole morire e non può più vivere solo nel ricordo. Il dolore, seppure grande, non l’ha travolta e lei deve andare avanti. Ritornare a vivere. Dopo tanti anni in Svizzera, ora Irina vive a Granada e ha trovato l’amore. Niente a che vedere con il suo matrimonio con Mathias: un incontro di lavoro, la gravidanza inattesa, lui sempre presente e rassicurante. Un uomo quasi perfetto. Se non fosse stato per l’assoluta mancanza di compassione, per la sua incapacità di empatia. Mai una violenza fisica ma uno stillicidio psicologico continuo, incessante. Una durezza inaudita e poi tutti quei post-it con le istruzioni: ordine e disciplina. “Personalità psicorigida” l’hanno definita gli psicologi. Poi, inevitabile, la separazione. Tutto sembrava essere andato a posto. Fino a quel maledetto 30 gennaio 2011. Da quel momento Irina non ha più visto Alessia e Livia, le gemelle, le sue figlie. Di Mathias resta un inspiegabile necrologio. Anche Dolores, la tata, è sparita…

Un giallo che si fa sempre più fitto: i dubbi sulle indagini, la mancanza di risposte, l’assenza di spiegazioni credibili, rendono la storia (vera) di Irina un intrigo davvero avvincente. Pagine che alternano il punto di vista di Irina con quello dell’autrice, quasi ad accogliere e dare forza alla storia e alle parole della protagonista di questa delicata quanto potente storia. Due donne, gli occhi negli occhi, insieme per trovare le parole. Una scrittura intensa che scava nei meandri della mente dei protagonisti ma capace di andare diritta al cuore del lettore. Semplice e lineare, ma ricco di sfumature, Mi sa che fuori è primavera racconta non solo un fatto di cronaca ancora irrisolto, ma soprattutto una delicata e toccante storia di donna. Irina ha bisogno di rileggere, alla luce della serenità conquistata, ciò che le è accaduto, il percorso che ha fatto, il suo rapporto con se stessa e quello con la nonna, fondamentale punto di riferimento. Appunta, scrive, prende nota per non dimenticare, e produce elenchi come ‘Rabbia’ e ‘Felicità’, lettere scritte per ringraziare, per chiedere, per raccontare. Capace di mettersi a nudo, di mostrare le sue fragilità, Irina rinasce, come l’Araba Fenice, dalle sue stesse ceneri. L’amore è tornato a sanare (quasi) tutte le ferite. Perché non esiste la parola che indica un genitore che ha perso un figlio. Non esiste, non c’è, perché non si può raccontare. Non resta che dimenticare e ricordare. E ricominciare.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER