Mia figlia follia

Mia figlia follia
In una mattina d’autunno, alle nove e quarantacinque esatte, l’orologio a cucù in casa di Maddalenina urla i nomi di coloro che avrebbero fecondato la donna. Proprio in quel periodo lei, la “matta del paese”, la reietta, l’indesiderata, infatti, aveva deciso, a cinquant’anni suonati, che fosse il momento giusto di partorire, o meglio di desiderarlo. I prescelti sono diversi per estrazione sociale e per esperienza di vita: Quirico Malannata, contadino trentenne silenzioso, privato dalla gelosia folle di un toro del suo allevamento di parte di una gamba e dell’apparato genitale; Graziano, undicenne figlio della stirpe dei Lucente, che passa il suo giovane tempo ad architettare la sua morte prima di compiere quindici anni, per infrangere la tradizione che sembra costringere ogni membro della sua famiglia a superare i cent’anni di vita; Rocco delle Spezie, professore in pensione con una particolare predilezione per i giovani imberbi e i marinai sgraziati e violenti del porto. Cresciuta a frittelle e con la colonna sonora del “Vattene!” gridato da ogni membro della società in cui vive, dal parroco alla madre - che non ha mai accettato di non essere riuscita a sbarazzarsene - Maddalenina vedrà crescere lentamente nella sua pancia una presenza, figlia di un mondo ‘altro’ non tangibile che lei ha creato col tempo, lontano dalla realtà che osserva con curiosità dalla finestra della sua cucina. Abituata a vedere oltre, ad amare le sue feci, che controlla ogni mattina alla ricerca di gioielli da donare alla Madonna, passa il suo tempo a raccontare le sue folli - o poetiche - novità a Maria Carta, l’aggiustaosse, di fronte ad un susino secco (non è secco/)…
La scrittura di Savina Dolores Massa è di quelle che ti incanta, ti avvolge stretto e ti commuove, guidandoti all’interno della narrazione per far vivere in pieno l’esperienza della lettura. Ci sono momenti in cui si rimane ammutoliti di fronte alla vicende di Maddalenina, la cui storia è fortemente impregnata di una fantasia tragica, emozionante, che, a ben guardare, le permette di sopravvivere in un mondo drammaticamente crudele, che non riesce ad tollerarla. Il monologo interiore, in un corretto italiano, di Maria Carta, reso graficamente da un corsivo discreto, fa da contraltare al soliloquio grossolano e pieno di strafalcioni di Maddalenina, un rigurgito verbale infestato di errori e sentito dire, di opinioni altrui e frasi ascoltate qua e là. Quello che più affascina di questo personaggio rendendolo indimenticabile è proprio il suo bagaglio di convinzioni, di credenze, che l’aiuta a giustificarsi nel mondo. E ad assolvere in parte la cattiveria altrui. Gli oggetti quotidiani prendono vita e gli uomini si abituano alla morte con un piacere quasi sensuale. Ulteriore plauso va poi riconosciuto all’autrice per il finale inaspettato, che corona degnamente un libro bellissimo. 

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