Mia madre non lo deve sapere

Mia madre non lo deve sapere

Chiara ha due papà: Giancarlo e Angelo. Fiorentino il primo, napoletano il secondo, professore universitario l’uno, oculista il secondo, ma soprattutto con velleità artistiche da attore il primo e con la passione per la botanica l’altro. Due papà che negli anni avevano formato una coppia forte e solida che, come tutte le coppie, aveva i suoi regolari litigi, screzi, tensioni, per cui per non rompere l’armonia familiare e la magia tra loro, Giancarlo spariva sempre per un po’. Non è che andasse lontano, il suo rifugio era soltanto qualche metro più in là, in un piccolo appartamento nel quale viveva quando era ancora “signorino” e che si chiamava curiosamente “Voilà”. Ora al Voilà ci abita Chiara con il suo Federico. Erano tornati insieme dopo un periodo di distacco e avevano sempre amato quel terzo piano, a maggior ragione ora che babbo Giancarlo non c’era più. Curioso quel palazzo, nel Ghetto di Roma e curiosi anche i vicini di casa, non solo perchè particolari, ma anche perché impiccioni. La dirimpettaia, ad esempio, Antonella, detta zia Bebè, con il suo gatto Ernesto che ciba di panna, nonostante i risaputi problemi intestinali del povero animale, tanto che non appena Chiara apre la porta di casa, zia Bebè si impiccia e apre la sua porta e il gatto Ernesta scappa e si fionda dall’altra parte del pianerottolo, lasciando lunghe “strisce marroni” nel corridoio di Chiara che poi è costretta a pulire. Al piano di sopra vivono invece i coniugi Morzelli, Egle e Giorgio, entrambi novantacinquenni, con tre badanti, l’ucraina Giocasta, la rumena Carmela e la filippina Vilma...

Se ci si aspetta di ritrovare la brillante attrice Chiara Francini anche nelle pagine dei suoi romanzi, in realtà si rimane un po’ delusi. Certo questa storia è allegra e sotto molti punti di vista anche un po’ strampalata; certo rappresenta il seguito di Non parlare con la bocca piena, la saga di questa famiglia Mancini un po’ stramba, che vive tutto l’anno con l’albero di Natale acceso perché a Chiara, fin da piccola, piace così; certo la protagonista mangia ancora Galatine per consolarsi, ma al tempo stesso ci si aspetta di più da questa storia. C’è un sottile fil rouge che lega tutto e che si gioca intorno alla gravidanza. Quella della mamma di Chiara, ovviamente non voluta, perché ha lasciata la figlia a una coppia di omosessuali, salvo tornare da lei quando viene cacciata dal compagno inglese; quella mancata di Giancarlo e Angelo che però, proprio grazie alla rinuncia della madre di Chiara, possono crescere una figlia nella cultura e nell’amore totale; e quella di Chiara che viene sollecitata dalla madre ad abortire, per non dover rinunciare alla sua vita, alle sue priorità, al suo futuro, altrimenti compromesso tra biberon e pannolini, ma che Chiara porta avanti in barba a tutto. Con un compagno, Federico e tutti i suoi discorsi sul fatto di volere un bambino/a, un giorno favorevole e un giorno dubbioso, un giorno pronto a fare progetti e l’altro in attesa di essere preparato all’evento. Ma poi il giorno della nascita, si ritrovano tutti insieme appassionatamente, in sedici in un pulmino da nove posti, perché l’amore vince sempre. Su tutto.



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