Michael Cimino

Michael Cimino
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Michael Cimino è un esponente a pieno titolo della new hollywood di Scorsese, Coppola, Spielberg e compagnia bella, o è semplicemente un regista che nel giro di sette film è stato capace di entrare con almeno con due di essi nella storia del cinema (parliamo de “Il Cacciatore” e “L’anno del dragone”) e con un terzo di stravolgere quanto alcuni mostri sacri avevano creato prima di lui (sono note le traversie produttive de “I cancelli del cielo”, film accusato di aver contribuito massicciamente al fallimento della United Artists)? Intorno alla sua figura si è scritto tanto, ma molto spesso questi fiumi di inchiostro sono stati spesi solamente per approfondire la sua personalissima e particolare visione di cinema e per ricamare sulle leggende che da sempre lo vedono protagonista. Non altrettanto spesso la critica, soprattutto italiana, si è fermata ad analizzare il ruolo che il regista di New York ha ricoperto all’interno di un movimento così radicale e fondamentale come quello che ha sconvolto le major di Hollywood all’indomani del successo de “Il laureato” di Mike Nichols e “Gangster story” di Arthur Penn...
Il libro di Giancarlo Mancini ha invece un vero e proprio intento programmatico, ovvero l’inquadramento della figura di Cimino "nel suo contesto storico-artistico", per fare chiarezza in quell’inspiegabile quanto forse involontario tentativo della critica di “asportare lentamente [la sua figura] dalla foto di gruppo dei giovani ribelli che cambiarono le sorti del cinema americano”. Proprio per questo motivo l’autore divide il suo volume esattamente in due parti: dedica infatti il primo capitolo alla contestualizzazione del regista all’interno del panorama della new hollywood, il secondo alla sua carriera (attenzione non ad una noiosa e sterile biografia), per poi successivamente soffermarsi sull’analisi di ogni film, ogni singolo, enorme, tassello di una carriera lunga solo sette pellicole ma in piedi da oltre trent’anni. La lettura risulta tanto interessante quanto varia grazie alla capacità dell’autore di ragionare non solamente in termini di (ri)posizionamento di Cimino all’interno del panorama cinematografico a cui appartiene, ma anche in termini di riappropriazione del mondo della critica che lo ha relegato ad essere poco più di una nota a margine: ecco quindi che citazioni e spunti da studi precedenti abbandonano la loro condizione di frasi lapidarie alle quali ancorare un pensiero per diventare veri e propri brani da cui partire per rendere il volume partecipato, vario e ragionato.

 

 

 

 
 
 
 
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