Michael Jackson - L'uomo nello specchio

Michael Jackson - L'uomo nello specchio
La storia di Michael Jackson la sanno tutti. Comincia a cantare da ragazzino, all’inizio degli anni Settanta, il più piccolo e bello – i fratelli, invidiosi, lo chiamano “nasone” - di un popolare quintetto di capelloni riccioluti amministrati da un padre violento e prodotti dalla Motown, storica label discografica che in quel periodo spediva alle radio cassette contenenti brani considerati i prototipi della disco music, i Jackson 5. Presto il giovane Michael dal fascino innocente e dalla voce leggera ma potente diventa solista, poi cambia etichetta – siamo in America ed è manager di se stesso a sedici anni - e nel 1979, quando di anni ne ha ventuno, vince il suo primo Grammy per la categoria R&B. Il 1982 è l’anno di Thriller (brano dell’album omonimo in occasione del quale fu girato un film dell’orrore a soggetto licantropo diretto da John Landis, regista di "Un lupo mannaro americano a Londra", e super romantico, affinché tutte le ragazzine si innamorassero di Michael stella ballerina davanti agli zombie). Clamoroso successo anche per Billie Jean, che in molte discoteche di certi posti malfamati si balla ancora e il cui video, che immortala Michael singhiozzante mentre accende piastre sulla strada a passi di danza, è stato il primo di un artista di colore trasmesso da Mtv...
La sua morte, avvenuta il 25 giugno 2009 e comunicata al mondo pochi minuti dopo dal sito tmz.com, ha dato il via a infinite celebrazioni del Re del pop, come l’MTV Music Award durante il quale Madonna ha detto che Michael era (anche) un “human being”. Peccato che, come ci ricorda Tommaso Labranca in questa sua ultima frenetica fatica - il saggio è un vero e proprio istant book stampato pochi giorni dopo la morte del cantante - Michael Jackson non avrebbe mai voluto fare la fine del suocero, il Re del rock Elvis Presley, che è morto distrutto dalla droga. E orrore anche per quei giornali che di Michael Jackson ci hanno propinato insistentemente i dettagli del processo intentato da due poveri pazzi contro un innocente famoso senza alcuna critica né condanna da parte di nessuno (manco i colti e autorevoli filosofi europei che pure, come ricorda Labranca, si sono precipitati a commentare la morte del cantante sui quotidiani italiani), senza che uno straccio di qualcuno almeno facesse presente l’assurda crudeltà dell’avvenimento: due psicopatici, facendo leva sul bisogno del potere di individuare nei pedofili il “mostro in copertina” che distraesse la massa dai veri mostri, accusavano Michael Jackson (tanto ingenuo da farsi riprendere naturalmente con alcuni bambini che la sua fondazione di beneficenza sosteneva e curava) di avere approfittato del loro figliolo. Intendiamoci, queste persone erano pregiudicate, non sarebbe stato difficile incastrarle per due avvocati anche non strapagati come quelli che hanno assistito Michael Jackson, di cui sicuramente è stato pubblicato il parere. Michael Jackson sembra sia morto a causa dei troppi antidolorifici assunti alcune ore dopo il primo concerto che apriva l’ultimo tour mondiale. Infatti e per fortuna in America c’è in ballo un processo contro il suo medico personale, tale Conrad Robert Murray. L’autore di questo saggio - che già nel suo Il piccolo isolazionista ci aveva raccontato la morte di un altro supereroe mediatico, il papa polacco Wojtyla – con estrema sensibilità ed esperienza ci restituisce questo “human being” e sembra dire, un po’ ispirandosi ai parigini che festeggiavano la rivoluzione: è morto il re! lunga vita al re!

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