Mick Jagger

Nato nel Kent, la contea fra le foci del Tamigi e le bianche scogliere di Dover, Michael ‘Mick’ Philip Jagger è da presto estraneo al suo mondo. Il giorno in cui nasce - il 26 luglio 1943 - al Livingstone Hospital di Dartford, al cinema danno Money for Jam, un film con Gianni e Pinotto il cui titolo significa “denaro senza fatica”. Anni ‘50: periodo di prosperità e di boom economico in Inghilterra. Da subito il futuro leader del gruppo si distingue a scuola per la sua bravura. Non ascolta subito il rock, bensì il jazz e lo skiffle, sorta di derivazione inglese del jazz suonato con strumenti dell’area folk e con percussioni improvvisate, utensili da cucina o qualsiasi cosa che emettesse suono. Oltre a questi generi, la passione della futura pietra rotolante è il blues. Fonda un gruppetto con degli amici e inizia a farsi mandare i dischi direttamente dalla Chess di Chicago. Nel 1961 passa gli esami di maturità e si iscrive - come solo il 2% dei suoi coetanei - all’università. Roba seria: London School of Economics (ci avevano insegnato Bertrand Russell e John Maynard Keynes e ci aveva studiato pure JFK). All’inizio degli anni ‘60 il pop era in stallo in Inghilterra. Andavano di moda i crooner, i cantanti melodici. In questo setting Mick incontra un vecchio amico d’infanzia: Keith Richards. Diciotto anni. Uno col cardigan e l’altro teddy boy misto beatnik. Lo inserisce nella sua band, i Little Boy Blue and the Blue Boys. Saranno uno dei primi gruppi ingaggiati al Korner’s Ealing Club, uno dei avamposti blues di Londra. Lì debutta anche Brian Jones, che cerca gente per una nuova band. Nascono cosìi Rolling Stones. Primo concerto 12 luglio 1962 al Marquee. Nell’ottobre di quell’anno mandano il primo demo alla Decca, che rifiuta così il demo: “un grande gruppo, ma con quel cantante non arriverete mai da nessuna parte”. Nel 1962 Mick va a vivere a Londra con Jones e Richards. Da un appartamento lercio partirà l’avventura di uno dei gruppi mito del rock, del blues e del pop...
630 pagine di vita rock a cavallo tra dissolutezza e rigore. Un tomo che ripercorre una delle storie più importanti per chiunque ami la musica che dagli anni ‘60 ad oggi continua ad emozionarci. L’avventura di un gruppo e di un uomo che non muore mai, ma che rinasce come l’araba fenice dalle sue ceneri. Il libro di Norman, giornalista musicale che ha all’attivo più di dieci ponderosa saggi su Beatles, Rolling Stones (sì, aveva già scritto ben tre libri su di loro), John Lennon e Buddy Holly fra gli altri, riesce a tener viva l’attenzione sull’uomo Jagger parlandoci delle sue manie, della sua vita personale e di particolari che lo rendono meno star e più compagnone. Le pagine più belle sono quelle che raccontano gli esordi e gli anni Sessanta (culmine secondo molti dell’innovazione musicale del gruppo), ma anche nell’ultima parte il ruolo di Jagger è tratteggiato con sapienza narrativa e critica. Non solo per i fan. Consigliato anche per una bella rassegna fotografica che accompagna in maniera sublime la storia del gruppo. Un degno tributo per il cinquantesimo anniversario.

 

 

 

 
 
 
 
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