Miele

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Serena Frome è una promettente ragazza inglese, figlia di un vescovo anglicano e di una madre devota, una donna perfetta per favorire la carriera del marito e femminista quanto basta per pianificare al meglio il futuro delle due sue figlie. Serena cresce bene, è bella ed intelligente, è straordinariamente portata per la matematica, ma la sua vera passione è la letteratura. Legge di tutto, curandosi poco di quale autore si tratti, classico o meno, ma questa grande passione non impedisce alla madre di convincerla a scegliere la facoltà di Matematica all’Università di Cambridge. Una passeggiata per Serena, che però non abbandona il suo primo amore, anzi, ne fa una rubrica sulla rivista “Quis”, diretta da una sua amica di studi. E l’amore per le lettere cresce e dopo le prime recensioni piuttosto leggere, Serena rimane folgorata dalla lettura di Una giornata di Ivan Denisovič di Aleksandr Solženicyn: allora le sue pagine diventano dei piccoli saggi e la letteratura un mondo che solo lei sembra riuscire a penetrare, tanto da poter asserire di essere “la prima persona al mondo a comprendere 1984 di Orwell”. Sono questi suoi articoli ad attirare l’attenzione di Tony Canning, docente di storia del suo fidanzato. Con Tony Canning arriva anche un amore più maturo, ma breve, e, grazie a questo, il reclutamento nei servizi segreti dell’MI5, una missione denominata Miele e la conoscenza con il giovane scrittore Tom Haley…
A chi già conosce McEwan sarà tornata in mente Lettera a Berlino, la sua spy story del 1990 ambientata a metà degli anni cinquanta, proprio agli inizi della guerra fredda. In realtà Miele non è né una spy story né una storia d’amore propriamente detta. McEwan crea per tutto il testo un elegantissimo gioco meta-testuale tra Serena, voce narrante, e gli scritti di Tom Haley. Un gioco in cui McEwan stesso si inserisce, sotto le mentite spoglie di Haley, regalando al personaggio alcuni passaggi della propria autobiografia personale. Lo fa esordire negli stessi anni – di cui fa peraltro un’attenta ricostruzione – e lo fa incontrare con alcuni scrittori a lui contemporanei (si veda il cameo di Martin Amis), gli fa vincere gli stessi premi e gli fa persino scrivere le sue stesse pagine. Gli amanti degli inside joke scopriranno che molte delle short stories di Tom Haley raccontate in Miele altro non sono che alcuni racconti d’esordio di McEwan estratti dalla raccolta Fra le lenzuola, quali Morta venendo, Riflessioni di un primate in cattività o Due frammenti e che gli valsero quel soprannome ormai non più tanto attuale di “Ian Macabre”. Miele, quindi, diventa un romanzo dalle grosse venature autobiografiche, ma sempre calate in una forte finzione letteraria, ma è anche un libro sulla letteratura stessa, sul suo ruolo e sulle sue implicazioni ed, inevitabilmente, sulla scrittura e la lettura, sullo scrittore ed il lettore, proprio perché si spinge sulla soglia tra il reale e la finzione; per meglio comprendere, però, questa ultima riflessione dobbiamo spingerci, a nostra volta, verso il finale e scoprire quale libro, realmente, stiamo tenendo fra le mani.

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