Migrantes

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La prima cosa che Flaviano fa per prepararsi ad intraprendere il viaggio “verso il sogno americano” è spedire il proprio passaporto italiano a un amico a Città del Messico. Lo fa per affrontare il percorso che lo porterà da Tecun Uman, in Guatemala, agli Stati Uniti, nelle stesse condizioni degli altri clandestini. Per giustificare la sua altezza e i suoi colori poco verosimili, si trasforma in Aymar Blanco, dell’Amazzonia peruviana, la cui popolazione è più alta della media e più contaminata dalle emigrazioni europee. T-shirt di Messi, cappellino con visiera, giacca di finta pelle, un rotolo di soldi nel doppiofondo delle mutande, la lingua ben padroneggiata, completano il personaggio. La breve traversata del fiume Suchiate tra il Guatemala e il Messico è relativamente facile, un po’ di soldi passano di mano sotto gli sguardi di poliziotti che non fingono nemmeno di guardare altrove e, all’improvviso si ritrova dall’altra parte, con la mente piena di statistiche per vincere la paura. Nell’arco di 21 giorni compirà un viaggio pericoloso e istruttivo:anche se capisce ben presto il trucco per farlo bene, imparerà che saltare su un treno in corsa può essere altrettanto pericoloso che addormentarsi e cascare dal tetto di una carrozza; imparerà che non saltarne giù in tempo o dal lato giusto può farti catturare e imprigionare da una qualsiasi delle centinaia di bande che, affiliate ai principali gruppi criminali o in autonomia, rapiscono i migranti per rapinarli o chiedere riscatti alle famiglie; imparerà che chi, come lui, può pagarsi il transito, dopo un paio di giorni può proseguire, gli altri…

Si renderà ben presto conto che essere nelle stesse condizioni dei migranti clandestini non significa solo respirare a turno le poche molecole d’aria del doppio fondo di un camion o sdraiarsi a turno negli spazi angusti di una cella, ma significa essere disperati, confusi, inermi, indifesi contro tutto e tutti, alla mercé di eventi incontrollabili. La sete, la violenza, il clima, il sonno, tutto può trasformarsi in un fattore mortale. Il tasso di migranti morti ogni anno supera quello dei morti in Iraq al culmine della guerra del Golfo, ma le statistiche al riguardo sono vietate e i calcoli si basano sulle centinaia di fosse comuni che continuano a venire alla luce ogni anno. Una decisione sbagliata, la scelta di proseguire in una certa direzione o saltare giù da un treno per dirigersi verso ovest invece che verso est, raggiungendo gli Stati Uniti dalla via più lunga, può significare la differenza tra la morte e la vita, seppure ad un costo molto alto. Flaviano Bianchini non si limita a costruire un reportage mozzafiato, un diario dei 21 giorni che è durato il viaggio, lo infarcisce delle vite delle mille straordinarie, miserabili, generose, orribili, meschine persone che ha incontrato. Non si possono veramente conoscere gli altri in un viaggio così, poiché se la prima regola del migrante è “non dormire”, la seconda è “non fidarsi di nessuno”, ma lui fa del suo meglio per accendere piccoli lampi nella notte, illuminare le facce, le miserie delle persone che ha incontrato a volte per poche ore, a volte per qualche giorno: di Juan, di Wilmar, di Rueben, di Lidia, del signor Perez, delle generosissime donne che tirano casse d’acqua e tortillas sui tetti dei treni per aiutarli ad affrontare la traversata del deserto. Non cade, però, mai nell’elegia, mettendo in chiaro che il Messico è un Paese che se lo conosci davvero, lo ami e lo odi allo stesso tempo. Alle loro storie , Bianchini alterna, infatti, un’analisi spietata e documentatissima del Messico attuale, delle ramificazioni planetarie dei suoi cartelli criminali che arrivano fino all’ISIS, delle responsabilità degli Stati Uniti, che dopo la firma dell’Accordo di libero scambio, hanno avuto via libera per considerare il Messico il tappeto sotto cui spingere la propria immondizia, nonché il luogo in cui produrre a costi bassissimi ciò che in patria è vietato produrre se non mettendo in opera sistemi di sicurezza costosissimi.



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