Migrazioni e intolleranza

All’alba del nuovo millennio, nel 1997, a Parigi, si costituisce l’Académie Universelle des Cultures che raccoglie artisti e scienziati di ogni parte del mondo. Nello statuto, oltre a chiarire i propri compiti scientifici e morali, gli esponenti evidenziano come, nel prossimo millennio (quello in cui stiamo vivendo ora) l’Europa si trasformerà in un grande “meticciato”; succederà in pratica ciò che già nel corso dei secoli si è verificato nelle Americhe, dove etnie diverse si sono “intrecciate” tra loro… Immigrazione e migrazione sono sinonimi? Non lo sono. L’immigrazione riguarda una quantità di individui, in numero anche cospicuo ma “irrilevante rispetto al ceppo di origine”, che si trasferiscono da un Paese ad un altro, assumendo spesso usi e costumi del luogo. Si parla di migrazione quando “un’intero popolo, a poco a poco, si sposta da un territorio ad un altro, ed è rilevante la misura in cui i migranti possano cambiare radicalmente la cultura del territorio in cui hanno migrato”. Inoltre, l’immigrazione può essere in qualche modo gestita, a livello politico, mentre la migrazione è “inarrestabile, come un fenomeno naturale”…La presenza di individui provenienti da altri Paesi riconduce direttamente alla questione del razzismo e dell’intolleranza. Il razzismo che viene preso in esame è il razzismo pseudoscientifico, che trae origine cioè da ragioni assolutamente prive di fondamento scientifico (l’esempio ci viene offerto dalla radice pseudoscientifica del nazismo), ma alle quali si crede. L’intolleranza è invece qualcosa di “biologico”, di connaturato, come l’istinto di territorialità degli animali e nell’essere umano le reazioni emotive superficiali (“non sopportiamo coloro che sono diversi da noi, perché hanno la pelle di un colore differente o perché mangiano cani, scimmie e aglio”). È un’intolleranza selvaggia che non è risolvibile intellettualmente perché è una reazione animalesca, senza pensiero, per questo ogni tentativo razionale di inversione di rotta è destinato a naufragare. La psicologia ci spiega che “il bambino viene educato alla tolleranza per il diverso e per l’ignoto” (la paura delle persone mai viste prima, un giocattolo rumoroso o che si muove velocemente) “così come viene educato al rispetto della proprietà altrui e prima ancora al controllo del proprio sfintere. “Sfortunatamente…la tolleranza rimane un problema di educazione permanente degli adulti, perché nella vita quotidiana si è sempre esposti al trauma della differenza.”

La raccolta che ci propone La nave di Teseo è costituita da una serie di scritti e interventi racchiusi in una forbice compresa tra il 1997 e il 2012. Umberto Eco, scomparso a Milano nel 2016, intellettuale pluridisciplinare, con una potenza preveggente à la Jules Verne descrive nel suo intervento alla Costituente dell’Académie Universelle des cultures, come sarà il 21° secolo, tra migrazione e immigrazione, razzismo e intolleranza. Un’analisi circostanziata e enormemente attuale, vista la situazione di emergenza che vive in particolare l’Italia. Una delle considerazioni più interessanti riguarda l’intolleranza, che Eco ci presenta citando due esempi: la caccia alle streghe (non quella del maccartismo dei primi anni ’50 degli Stati Uniti)) e l’antisemitismo pseudoscientifico. Della prima ci informa che è diventata una sorta di dottrina e di pratica sistematica della persecuzione perché ha trovato terreno fertile nella diffidenza popolare verso le streghe (con tutta la discutibilissima definizione di strega). L’antisemitismo pseudoscientifico nasce nel corso del XIX secolo e diventa “antropologia totalitaria e pratica industriale del genocidio” nel secolo successivo. Ma senza la polemica anti-giudaica che già esisteva al tempo dei padri della Chiesa (V secolo) e un antisemitismo “pratico” che ha sempre serpeggiato nel popolo minuto, non avrebbe avuto uno sviluppo così drammaticamente esponenziale. La conclusione alla quale perviene non è confortante: chi è razzista e/o intollerante in età adolescente e adulta difficilmente potrà essere recuperato. Occorre lavorare sin dalla più tenera età “prima che l’intolleranza sia scritta in un libro, e prima che diventi crosta comportamentale troppo spessa e dura”. Perché altrimenti “Chiudete i porti!” potrebbe risuonare ancora.

 


 

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