Milarepa

Milarepa
Tutto è cominciato da un sogno. Alte montagne... Una costruzione addossata alle rocce, un caseggiato rosso, di un rosso assordante, un rosso di sole al tramonto. Più in basso, carogne di cane che si decompongono in mezzo a nugoli di mosche... Il vento lo piega. Nel sogno ha le sue gambe, ma gli sembra di essere altissimo, molto più alto di come è, in cima a un corpo sottile e secco come l’ala di una farfalla. È il suo corpo. E al tempo stesso non lo è. Gli scorre nel sangue un odio inesauribile che lo spinge a cercare su ogni sentiero l’uomo che vuole uccidere col suo bastone. L’odio è talmente intenso, un latte nero ribollente, che finisce per straripare e svegliarlo. E si ritrova da solo, nella sua stanza a Montmartre, sotto un cielo parigino…
Enigmatico e filosofico, eppure sorprendentemente leggibile e coinvolgente, come sempre srotola il gomitolo dell’anima e fa fiorire il racconto dall’interno: la prosa di Schmitt è un’indagine minuziosa alla ricerca di senso e di verità. E così, un uomo le cui notti sono angosciate da sogni come nemmeno quelli che il premio Oscar Patricia Arquette ha dovuto affrontare durante tutte le stagioni di Medium di cui è stata valida protagonista, prende coscienza del fatto che per liberarsi deve raccontare una storia, quella di Milarepa, religioso e poeta tibetano vissuto a cavallo tra undicesimo e dodicesimo secolo. Una storia di amore e sapienza, una vicenda umana e spirituale che ha colpito anche Liliana Cavani, che nel millenovecentosettantaquattro ne ha tratto un film.

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