Mileva Einstein

Mileva Einstein

Non è facile essere la moglie di Albert Einstein, peggio è esserne la ex moglie. È la sorte di Mileva Marić. Tutto comincia a crollare dalla sera quando riceve una lettera di Albert, con le sue “condizioni”: l’ennesima dimostrazione del desiderio meschino del marito di umiliarla, non solo di lasciarla. Ma ci vuole ben altro per scoraggiarla. Ha dovuto vincere i pregiudizi dei suoi insegnanti in Serbia, ha dovuto sgomitare e dare sempre di più per affermarsi giovanissima in un contesto accademico maschile e maschilista come quello universitario del Politecnico di Zurigo; non saranno certo i capricci di un uomo in balia di sua cugina a farle del male. La sua unica preoccupazione è garantire ai figli calma e tranquillità, un ambiente che nella sua anomalia sia il più sereno possibile. La preoccupano le condizioni economiche, ma ancora di più i disturbi del suo Tete: sente rumori, sente voci, sente un mondo diverso. Queste preoccupazioni la spingono a cercare la pace con Albert, per il quale ha sacrificato tutto: la carriera, la laurea, perfino una figlia che giovanissima ha dovuto lasciare ad una nutrice e non sa più che fine ha fatto. Albert è un insensibile: si preoccupa solo dell’affermazione del suo ego, e non capisce quanto quell’altra donna lo stia strumentalizzando. Perché non si dedica di più ai suoi figli? Perché non si rende conto che loro hanno bisogno di lui, non solo dei suoi soldi? Albert deve mantenere la nuova moglie e le sue figlie: possibile che queste persone siano diventate così importanti da avergli fatto dimenticare i suoi unici figli? Ma lei non può cedere, non può ammalarsi, non può mostrarsi debole: deve tenere duro per loro, deve dimenticarsi i sogni e pensare soltanto alla quotidianità. Deve proteggere i suoi figli, deve renderli forti per la vita che ci sarà quando lei non potrà più preoccuparsi di loro, adesso che anche il padre è fuggito in America per salvarsi dall’avanzata del nazismo. A questo pensa quando al termine di una giornata si siede sulla terrazza, sfinita, chiude gli occhi e nel silenzio si gode la pace prima della tempesta, prima della prossima crisi di Tete e delle incomprensioni di Hans Albert, il primogenito, così simile al padre…

Il romanzo biografico di Slavenka Drakulić è appassionante: attraverso una ricostruzione documentale e una riscrittura romanzata, si ripercorrono gli anni difficili dal 1914 al 1933, dalla separazione con fisico – che nel 1919 sposa la cugina Elena Löwenthal, prendendo in dote anche le due figlie della donna avute da un precedente matrimonio – al momento straziante in cui inizia il ricovero del figlio Tete (Eduard) nel sanatorio di Burghölzi. Drakulić si sofferma sulle fragilità ed i dolori della donna, che ha sacrificato una possibile carriera, ha rinunciato alla laurea, prima all’ombra per dedicarsi al marito, che ha aiutato e sostenuto e continua a stimare e, in fondo, ad amare, poi per prendersi cura dei figli, unica sua ragione di vita. Ma le sue fragilità si rivelano una forza: il suo istinto materno le permette di andare oltre ogni lutto, ogni dolore. La sua vita è logorante e per stanchezza e sfinimento si spegnerà nel 1948. La tempesta sarà passata, ma il suo sacrificio non sarà vano tanto che a spiccare non è la figura del geniale fisico tedesco, ma la forza della donna che si afferma a tutto tondo nonostante le avversità e le beffe che la vita si divertirà a metterle di traverso. L’ultima è postuma e risale al 2019: la scrittrice e fisica Gabriella Greison propone la laurea postuma honoris causa per Mileva, per i contributi che aveva dato alla formulazione delle principali tesi fisiche di Einstein. Il Politecnico di Zurigo gliela nega. Degno finale per una vita di privazioni che però ne hanno fortificato e affermato la figura, affermandola sul piano umano e su quello scientifico.



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