A mille ce n’è

A mille ce n’è

Prologo. Disteso sul banco d’acciaio del laboratorio c’è un corpo minuto che sembra quello di una bambola di cera. Il medico patologo controlla gli strumenti ben allineati, poi sfiora i piedi che sporgono da sotto il telo e lo lascia cadere, nella stanza gelida sta sudando e si asciuga la fronte con la manica del camice: le unghie curate, la coscia ben tornita, qualche traccia di cellulite intorno al ginocchio, un neo sotto l’ombelico. Il personale paramedico non le ha rasato i capelli che lunghi e biondi ricadono all’indietro. Inizia con gesti rapidi a rimuoverli con il rasoio, la capigliatura finisce nello scolatoio. Si sofferma sul volto attraversato da una fitta rete di capillari, le labbra screpolate, bocca e naso che sembrano essere stati sfregati con violenza. Conseguenze di una morte terribile. Abbassa la mascherina sugli occhi e con il bisturi incide la cassa toracica… Anche quella mattina Irma si alza prima che la sveglia suoni, in punta di piedi per non svegliarlo, gli manda un bacio e chiude la porta, sorseggia seduta il primo caffè, in bagno si trucca con accuratezza. Come ogni giorno. Ripensa a tutte le cose da fare e sceglie di tralasciare la lavanderia, riordina la cucina e lascia sul frigo un biglietto giallo con scritto in rosso Ti AMO. In auto il caldo è insopportabile, apre il finestrino e intanto cambia idea decide che, sì, può andare anche in lavanderia. Un campanello di ottone suona mentre apre la porta del negozio, consegna il sacco della biancheria alla signora dietro il banco e ritira la ricevuta. Si ferma sul marciapiede il tempo di fare un paio di sospiri e…

Il tema principale di una raccolta di audio-fiabe degli anni Settanta si intitola proprio come il romanzo di esordio di Cinzia Bigliosi A mille ce n’è, canzoncina che predisponeva i bambini all’ascolto di storie fiabesche e cruenti, nelle quali era comunque assicurato un lieto fine, lieto fine che in questo breve intreccio narrativo non esiste per nessuno dei protagonisti. La prima parte della storia è raccontata fotogramma per fotogramma: ogni azione, anche la più banale, è descritta passaggio per passaggio, così come i ricordi sono riportati con minuziosa pedanteria e le riflessioni ripetute in lunghi elenchi monotoni, quasi maniacali. Pagine che rallentano il ritmo di lettura e dilatano il tempo fino al crocevia in cui uno scontro casuale modifica la vita di un gruppo di persone e scopre segreti e lati nascosti e lasciano senza parole. Pagine che sono percorse dall’inizio alla fine da una sottile, estenuante tensione emotiva, con cambi di prospettiva che portano a risvolti inaspettati, non costruiti a arte per stupire il lettore ma allo stesso tempo sconvolgenti e plausibili. L’equivoca interpretazione dei testimoni oculari e la verità di ciascun personaggio rivelano fragilità e punti di forza dell’essere umano. La Bigliosi, come un’autrice noir consumata, dissemina informazioni e particolari che sono tracce essenziali, sposta l’attenzione spingendo verso intuizioni ovvie che si dimostrano fuorvianti, fino all’ultima sconvolgente rivelazione.



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