Mille cretini

Un bellimbusto ultraottuagenario che ammazza il tempo ed esorcizza la vecchiaia con tacchi a spillo e calze a rete, minigonne e trucco glamour.  Un incallito insonne che le ha provate tutte, ma proprio tutte, ma niente, anche i libri più noiosi e pesanti lo incuriosiscono e lo appassionano tenendolo destissimo: solo la moglie, nei momenti più intimi, è capace di farlo sprofondare in un torpore senza eguali e in un sonno catatonico.  Un trepidante e devoto principe azzurro che profonde con  inesauribile e romantica passione tutte le sue energie per ridestare la sua bella: ma nulla, sfibrato dopo tanti tentativi a vuoto si assopisce, e quando proprio allora la sua bella si ridesta, lei se la fila chiedendosi chi sia mai quell’estraneo che le si è addormentato a fianco. Una mogliettina sollecita che puntualmente si lancia nell’epica avventura di educare il consorte al bon ton regalandogli maglioni color ocra, scollo a V (come non amare quel meraviglioso modello e quei fantastici colori?).  Ma lui (ehhh già…), lui ama i colori scuri (come è mai possibile?) e detesta lo scollo a V.  E così, nella titanica impresa di elevare il maritino al bello, ecco in verità quei maglioni, uno alla volta, anno dopo anno, impilarsi uno sull’altro sotto una coltre di polvere, ben nascosti (indovinate da chi?) sul ripiano più alto e inutilizzato dell’armadio: suggello della vanità di ogni conversione forzata...
Mille cretini: sono, siamo i mille volti di una umanità che si affaccia nitida, e viva più che mai, fra le mille pieghe dei brillanti racconti del catalano Quim Monzó. Mordace, graffiante, anticonvenzionale, Monzó con uno stile icastico, molto visivo, con pochi tratti ben messi a fuoco, ci riporta scene di ordinaria quotidianità. Nella forma, spesso, del paradosso, mette a punto con uno stile arguto le nostre grandezze e miserie, i tic quotidiani, i pensieri più teneri e nostalgici ma anche le piccinerie del nostro comune agire. È soprattutto nei racconti più brevi che Monzó, ci pare, colpisce nel segno: in poco più di una paginetta fra divertito e mordace ci strappa un sorriso ma ci svela, fra le righe, bagliori di verità, lasciandoci, a fine racconto, con il pensiero sospeso a rincorrere il senso ultimo di quelle parole fuggite via fulminee. In fondo, dietro a stramberie, tic o ipocondrie i personaggi che prendono vita fra queste pagine – piacevolissima lettura – nascondono la loro profonda umanità, velando talvolta, dietro scene parossistiche, anche un po’ di amarezza o di una sottile tristezza, che veste i panni ora della tenerezza e del ricordo lieve, ora della fuga (anche trasognata) dal proprio ruolo o dalla propria ristretta realtà, ora delle piccole (o grandi)  incomprensioni del vivere quotidiano. Il tutto  sempre affidato alla misura di un racconto diretto, acuto, ad effetto, che pur senza essere superficiale mantiene la propria piacevole  autonomia narrativa. Una raccolta che è un brillante, sagace graffio sulle convenzioni, uno sguardo alternativo sulla multiforme varietà dell’animo umano. E nello scoprirci tutti un po’ cretini,  sorridendo  assumiamo  un pizzico d’antidoto per provare ad esserlo un po’ meno. Quantomeno, abbiamo la consolazione di essere in buona compagnia, e impariamo a guardare con più levità l’altrui e la nostra umanità.

 

 

 

 
 
 
 
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