Minchia di mare

Minchia di mare
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Davide Buscemi nasce nel 1963 nella borgata di piazza Santa Lucia, in una periferia siciliana degradata e difficile da cui sin da piccolissimo progetta di fuggire via. Come dargli torto: a scuola tutti i suoi compagni lo prendono in giro e lo considerano una specie di “minchia di mare” senza arte né parte, a casa il padre padrone, esimio professore sciupafemmine e violento, non ha alcuna considerazione delle sue capacità e la madre, Sara, vittima di quell’uomo “incazzoso e antipatico” non ha occhi che per il fratello Ianu. In paese tutti sanno che il professor Buscemi è un bigamo certificato, con tanto di amante e figlia illegittima; Sara, finalmente stufa della doppia vita del marito, decide di andarsene da casa e trasferirsi dall’anziana madre, lasciando i due maschi insieme ad un padre sempre più assente e dimentico dei lori bisogni. Gli anni volano, sullo sfondo le vicende storiche del periodo: dalla strage di piazza Fontana allo storico sbarco sulla Luna del 1969, fino al rapimento Moro e alla morte di Pasolini. Davide trascorre un’adolescenza inquieta, cominciano i primi turbamenti e la faticosa ricerca di un affrancamento dalla figura paterna che è diventata sempre più ingombrante e insopportabile. Finito il liceo, il ragazzo decide di trasferirsi a Catania per frequentare Storia del cinema all’università e proprio quando gli anni della maturità lo aiutano a consolidare nuove consapevolezze, una notizia giunge inaspettata e per un attimo riannoda i fili del destino…

Arturo Belluardo, di professione bancario con una grande passione per la letteratura, arriva alle stampe per i tipi di Elliot dopo diverse esperienze fortunate tra cui anche una segnalazione al Premio Calvino 2016 per il suo primo libro Il ballo del debuttante. Quella di Belluardo appare sin da subito una scrittura senza filtri, verace, mordace, genuina, resa ancora più sincera dall’utilizzo del dialetto siciliano che accompagna buona parte dei dialoghi all’interno del testo. Il risultato è un romanzo di formazione divertente, tragico e a tratti grottesco che, grazie ad un minuzioso lavoro di recupero sentimentale e linguistico, racconta la storia di un uomo ma soprattutto della terra in cui è nato e cresciuto. Scrive Giuseppe Pitrè a proposito del dialetto siciliano:”Nel dialetto è la storia del popolo che lo parla; e dal dialetto siciliano, così come dai parlari di esso, è dato apprendere chi furono i padri nostri, che cosa fecero, come e dove vissero, con quali genti ebbero rapporti, vicinanza, comunione”. Belluardo torna quindi alle origini, lui che è nato a Siracusa per poi trasferirsi a Roma all’età di diciannove anni, attinge copiosamente dal proprio vissuto e mette in scena una commedia umana coerente con i tempi ‒ buona parte del libro è ambientata negli anni Settanta ‒ e con le sgargianti tradizioni insulari. È un viaggio a ritroso spesso dissacrante che rende l’idioma lo strumento imprescindibile di un meccanismo di appartenenza e rifiuto tipico di tutti coloro che non sono mai riusciti a scendere a patti con certe dinamiche di provincia ma che di quelle stesse dinamiche continuano a portare fortemente i segni. Davide Buscemi odia suo padre e questo è un fatto che con la progenie non ha nulla a che vedere, lo odia perché è un tiranno, perché tradisce la madre, perché è miope e sordo ad ogni apertura intellettuale e perché stravolge i concetti di giustizia e morale asservendoli alle sue meschine coordinate di vita. La rabbia di Davide permea di sé quasi la totalità del romanzo, alcune volte quasi addomesticata, più spesso irrispettosa e violenta, ovunque tesa a cercare vie di fuga salvifiche. “Tutti i cuccioli quando crescono prima o poi cercano di azzannare la mano del padrone,” lo pensa Davide mentre si piega consapevolmente alle regole del branco. “Avevo capito che per nèsciri dall’abisso non dovevo puntare i piedi sul fondo. Non dovevo sparare con una Skorpion. Bastava pedalare”, fare terra bruciata del passato, dimenticare, ricominciare altrove e cercare di “vivere col sole in fronte”. Alle stregua di Edipo, Davide matura nuove certezze: “No. Non mi sarei accecato. Non mi sarei fatto immolare sull’altare del padre. Non sarei più stato rinchiuso nel labirinto”. Ma non lasciatevi trarre in inganno, questo è un libro in cui si ride molto, con arguzia, con irriverenza, con dolore ma si ride. Ché in fondo l’unico, vero modo per salvarsi rimane gettare un sorriso sulle proprie disavventure e andare avanti. Pedalando, col sole in fronte, comunque liberi.



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