Mio diletto Holmes

Mio diletto Holmes
La malinconia regna sovrana al 221 B di Baker Street: il celebre investigatore privato Sherlock Holmes vive confinato in camera sua, in compagnia soltanto della fidata pipa d'argilla, della siringa con la quale si inietta – sempre più spesso, ahilui - la cocaina e di qualche libro. Il dottor John H. Watson non sopporta che l’uomo che ammira così profondamente si riduca così, e quindi cerca di passare fuori da quella casa più tempo possibile, tirando mattina in locali malfamati in cerca di alcol e di sesso. È proprio nella mattina che segue una di queste notti brave che Watson viene svegliato da un Holmes insolitamente ciarliero e di buonumore: c'è un nuovo caso in ballo. Una certa Anne D'Arcy è venuta a denunciare la scomparsa della sua compagna, Maria Kirkpatrick, che a quanto pare è andata via di casa dopo aver ricevuto un telegramma anonimo che recitava “VIENI SUBITO HO BISOGNO DI AIUTO MAMMA”. Il mistero sta nel fatto che Anne ha sempre saputo che la madre di Maria era morta da anni, e ora sente che la sua fiducia è stata tradita. E non ha affatto tranquillizzato la giovane il fatto di aver ricevuto successivamente una lettera da parte di Maria che voleva essere rassicurante e che invece era tanto reticente da gettarla ancora più nel panico. Perché non rivolgersi alla polizia? Per paura di peggiorare ulteriormente la situazione, e soprattutto per evitare uno scandalo sulla natura omosessuale del rapporto che lega le due donne. Anche Watson incontra la signorina Anne D'Arcy e inizia come sempre a collaborare all'indagine condotta da Holmes. Ma avverte anche una affinità con la ragazza, che lo spinge ad aprirsi con lei: anche il giovane medico è omosessuale, ma non ha il coraggio di dichiararsi all'uomo che ama... 
Rohase Piercy, che già si è divertita nel suo romanzo d'esordio – purtroppo ancora inedito in Italia – a giocare con l'icona Oscar Wilde, qui affronta uno dei personaggi-cardine della narrativa occidentale, il cui successo non conosce crisi da più di un secolo. Il pretesto – obbligatoriamente, direi – è sempre quello del ritrovamento di un presunto manoscritto datato 1887, in questo caso nascosto da Watson in una scatola con la raccomandazione di non pubblicarlo prima di cento anni, per evitare scandali. Già, perché Mio diletto Holmes si discosta dai tantissimi apocrifi  usciti in questi anni perché pone al centro della narrazione una storia d'amore (abbastanza infelice, peraltro) tra Watson e Holmes, con il primo perdutamente innamorato del secondo, che però si nega ostinatamente il diritto di abbandonarsi a ciò che il cuore e i sensi gli suggeriscono. È uno Sherlock Holmes nevroticamente schiavo del suo autocontrollo quello della scrittrice britannica, una figura tormentata che trova un'apparente pace solo nella droga e nella solitudine, mentre Watson si strugge per lui e cerca conforto nei locali gay di Londra sfidando leggi molto severe nei confronti dell'omosessualità maschile (era stata appena approvato il famigerato Criminal Law Amendment Bill). I due romanzi brevi della Piercy - impreziositi da una scrittura elegante ma concisa – non possono passare inosservati, perché hanno in realtà un impatto profondo sulla continuity del personaggio: e si sa quanto è vissuto seriamente (e forse seriosamente) questo aspetto dai custodi del cosiddetto “canone”, cioè del corpus delle opere di Arthur Conan Doyle (4 romanzi e 56 racconti), che vigliano attentamente sulla continua produzione di nuova fiction con i medesimi protagonisti. Chissà come la prenderanno i fan puristi del buon Sherlock Holmes.

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