Mio padre doveva essere bellissimo

Mio padre doveva essere bellissimo
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“Alla radice del problema dei negri americani, sta la necessità in cui si trova il bianco americano di cercare un modo di vivere coi negri, per poter vivere con se stesso”. Baldwin affronta la difficile convivenza tra bianchi e neri (siamo a metà degli anni cinquanta) partendo da un approccio assolutamente inedito, antropologico, analizzando il problema sia dalla parte afro-americana (la sua personale) sia dalla parte dei bianchi americani. Con lucida e spietata obiettività stronca La capanna dello zio Tom liquidandolo come un brutto libro, pervaso da un ipocrita sentimentalismo che piagnucola sulla triste e orribile sorte degli schiavi, senza nemmeno sfiorare qualcosa di più sostanziale: perché questa sorte? Dall’opera di Harriet Stowe, con un salto di quasi un secolo, si passa a Paura (Native Son) di Richard Wright. Qui ciò che si mostra è il mito che gli americani hanno costruito attorno al negro, “quell’immagine fantastica e paurosa con la quale abbiamo vissuto da quando il primo schiavo cadde sotto la frusta. Questo è il significato di Native Son ed anche, purtroppo, il suo enorme limite”. Bigger, il protagonista, simbolo della rabbia e della ricerca di vendetta che i bianchi si sono sempre aspettati dai negri, deflagra in tutta la sua violenza. I bianchi volevano che l’ex-schiavo dimostrasse finalmente la sua natura diabolica (come viene espresso dallo “Zio Tom” in avanti)? E allora Bigger uccide, dimostrando in questo modo di avere un’identità precisa, che non gli viene però da una tradizione, dall’appartenenza a un popolo, ma dal ritratto che la comunità bianca gli ha confezionato. Molto spazio è dedicato alla figura del padre dello scrittore, un predicatore con una personalità burbera, anaffettivo e paranoico, che si era lentamente isolato dalla sua comunità e che aveva isolato anche i figli, fino alla sua morte, avvenuta durante la rivolta di Harlem del 1943. Tracciando la figura del padre, Baldwin ci fa un resoconto “paesaggistico” del suo quartiere, con un fenomenale parallelismo tra anima del luogo e anima degli abitanti…

James Baldwin, scrittore, attivista per i diritti civili dei neri (era con Martin Luther King sull’Edmund Pettus Bridge a Selma, nel “Bloody Sunday” del marzo 1965) e degli omosessuali, nasce ad Harlem nel 1924. Nei 63 anni di vita compone numerose opere, di vario genere: romanzi, racconti, commedie, saggi e una silloge di poesie ancora inedita in Italia. La raccolta di saggi che presentiamo è la prima in ordine di pubblicazione negli States (1955) e segue altre due opere recensite per Mangialibri (Congo Square e Gridalo forte). Baldwin scrive potente, feroce, polemico, tenero e leale, non nasconde mai la verità, ne va sempre alla ricerca, uscendone quasi mai indenne. La grande, favolosa novità che introduce in questo saggio è la biunivocità, il legame strettissimo fra schiavi e padroni, tra il nero e il bianco, nell’insospettata relazione antropologica tra i due estremi, concezione che viene alla luce durante la sua permanenza in uno sperduto paesino svizzero. I bambini, biondi con gli occhi del cielo, lo chiamano Neger, ma è più una spruzzata di meraviglia che di disprezzo, lo considerano uno straniero, magari molto diverso da loro, ma non danno al termine una connotazione razzista. Al contrario, il nigger che gli si affibbia in America, dagli americani come lui, quindi in un paese dove non è straniero, è sintomatico, esprime il conflitto che la presenza dei neri ha significato e significa per i bianchi. E qui Baldwin affronta un tema che anche a noi italiani, oggi, prende alle caviglie. Come poter includere in una democrazia che ci siamo sudati e che ha avuto costi umani terribilmente alti, qualcuno che viene da altrove (clandestino o meno)? Il pensiero dello scrittore americano (uno dei più grandi di sempre) è estremamente razionale, in ogni caso logico. Gli americani sono discendenti degli europei che si sono insediati nel continente a partire dal XVII secolo, fuggendo da repressioni, guerre, caccia alle streghe e che si sono “guadagnati” quel posto a suon di fiotti di sangue, quello degli indiani (i nativi americani, a cui hanno sottratto la terra) e anche il loro, durante gli attacchi degli indiani stessi (che difendevano il loro territorio) e nel corso delle varie guerre (Indipendenza, Secessione). Quindi a che scopo dover includere nella loro democrazia anche i neri, che erano stati importati come bestiame e che nulla avevano fatto per meritarsi la cittadinanza? Perché dover rinunciare a “un elemento costitutivo dell’Occidente: l’idea della supremazia bianca”? Questa domanda fondamentale, questo continuo interrogarsi (continuo perché i neri sono lì, non più come schiavi, non più come stranieri, li vedi, non puoi fingere che non ci siano), mette in crisi il principio, fa germogliare un’idea diversa, si comincia a sentire lo stridore dell’ingiustizia, minimo, sottile, ma costante; per tacitarlo si arriva alla disumanità bieca: i roghi, le impiccagioni, la violenza pura. Per spiegare più efficacemente, mi aiuto ricordando una scena del film “12 anni schiavo”, di Steve McQueen, come sempre maestro nella semantica delle immagini. Padron Epps, costretto dalla moglie a frustare la sua amante nera Patsey, all’inizio è titubante e costringe lo schiavo Solomon Northup a farlo al suo posto. Poi però, subentra il supremo bianco che deve dimostrare il potere: strappa di mano la frusta allo schiavo e comincerà a frustare la giovane con inaudita violenza, fino a portarle a vista la carne, quasi come se volesse controllare che sotto la pelle d’ebano qualcosa di bianco magari esisteva. L’espressione folle di Epps, che mescola dolore e rabbia, desiderio di punire e desiderio di non farlo, spiega esattamente la lotta che l’americano bianco vive nei confronti del negro. Baldwin conclude scrivendo che “in realtà, io non sono più uno straniero, agli occhi di qualsiasi americano d’oggi… Questo mondo non è più un mondo bianco, e non lo sarà mai più.” Sarebbe bello fargli sapere che aveva ragione e che le cose un po’ sono cambiate.



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