Mirror Mirror

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Pelle di neve, capelli neri come l’abisso del pozzo più profondo. Bellissima, anche se ancora non sa di esserlo. Bianca de Nevada ha sette anni e vive felice nella tenuta di Montefiore, fra le dolci colline adagiate fra la Toscana e l’Umbria. Sua madre, María Inés de Castedo y Nevada, è morta nel darla alla luce e suo padre Vicente è tutto il suo mondo. Siamo nel 1502. A Roma Alessandro VI, il papa Borgia, tesse trame per favorire l’ascesa della sua casata manovrando i figli Cesare e Lucrezia come pedine di carne e sensi sulla scacchiera del potere. I due lussuriosi fratelli giungono un giorno con armi e bagagli nel rifugio sereno dei de Nevada e il loro arrivo non porta nulla di buono. Cesare vuole che Vicente parta immediatamente per una missione tanto rischiosa quanto folle: recuperare un ramoscello strappato all’Albero della Conoscenza nel Giardino dell’Eden. Non si tratta di un simulacro, ma di un’autentica fronda vivente che porta ancora attaccate tre mele, intatte e perfette. Il tesoro è custodito sul Monte Athos, in un antico monastero praticamente inaccessibile. Vicente non ha alcuna possibilità di riuscita, ma Cesare non è uomo da tollerare rifiuti. A sorvegliare la sua bambina ci sarà Lucrezia, vipera sottile dalla chioma bionda e dai modi imperiosi. Il tempo passa, Bianca sta sbocciando in un candido fiore e Lucrezia, di cui si dice sia l’amante del genitore Vicario di Cristo e anche del fratello, non tollera le attenzioni che le presta Cesare. Così chiama un cacciatore perché la conduca nel bosco. È una richiesta che gronda sangue e vendetta perché l’uomo dovrà riportarle indietro il suo cuore come prova di averla uccisa...
Non si fatica a riconoscere in Mirror Mirror la favola di Biancaneve pubblicata dai fratelli Jacob e Wilhelm Grimm nel 1812. I simboli ci sono tutti, e così i personaggi, che vestiti di storia si animano di nuova vita e nuova linfa. Ranuccio, incaricato di togliete di mezzo Bianca, come il suo predecessore leggendario non ha il coraggio di levare il coltello sulla ragazzina e, quando scende la notte, la lascia andare nel folto della foresta. Come destandosi da un sogno, Bianca si ritrova in una piccola casa dove sette creature (si scoprirà poi che al completo sono otto) la stanno osservando. Sembrano scolpite nella roccia, hanno strane forme e nomi ancor più strani, ciascuno espressione di una peculiare inabilità: Orbolo, Storpiolo, Sciapolo, Amarolo, Sordolo-al-mondo, Freddolo, ZittoloZittoloZittolo. Motore malvagio dell’intreccio è Lucrezia, perfetta replica della strega-matrigna, che con la sua (vera o presunta) dimestichezza coi veleni non ha difficoltà a propinare a Bianca il sortilegio fatale, inducendola ad addentare una mela adulterata. E la mela, la famosa mela rossa e succosa immortalata nel primo lungometraggio animato della Disney, nel racconto di Gregory Maguire finisce per sintetizzare tutti i significati sacrali, erotici e peccaminosi che le sono stati attribuiti nel corso dei secoli: da pomo della discordia nella contesa che scatenò la guerra di Troia a frutto che indusse alla caduta Adamo ed Eva esiliandoli dal Paradiso Terrestre. Naturalmente non manca lo specchio, altro archetipo universale che parla di doppiezza e divinazione, di vanità e inganno. Doviziosamente Lucrezia lo interroga, ma solo per accorgersi che la più bella del reame è e resterà sempre l’odiata e più giovane rivale. Dopo Strega. Cronache dal mondo di Oz in rivolta, sorta di prequel de Il Mago di Oz, Maguire rilegge un altro classico del patrimonio fiabesco (di cui anche Aleksandr Puškin offrì la sua personale variante ne La principessa e i sette cavalieri). Una versione che supera la semplicità infantile e schematica della novella per farsi adulta e densa di significati (fra tutti l’ingresso nella pubertà di Bianca) con una prosa ricca di sfumature, sintonizzata sui ritmi lenti e sempre uguali della natura, che rende più immaginifico il reale e più credibile il fantastico.

 

 

 

 
 
 
 
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