Misfatti

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Quando Mitchell risponde al telefono che squilla nel silenzio ovattato dell’imbrunire agostano è sicuro che ci sia qualcosa che non va. La voce di suo suocero Otto – che tra l’altro non chiama mai prima delle undici, per risparmiare – è la conferma. L’uomo, a oltre ottant’anni, in ogni chiamata serale a sua figlia è sempre arrabbiato, con il cancro di sua moglie, con i vicini, con i suoi malanni, con i politici, con le attese negli ospedali. Cosa è stasera questo tono affabile? Cosa ha da dire, proprio a Mitch poi, di così importante?… Mister Yardboro è un tipo piuttosto viscido, emana un odore dolciastro per via di quell’olio che usa per proteggere la pelle dal cancro (oltre a puzzare decisamente di sudore acre) e tiene uno stuzzicadenti in bocca. Così l’aveva accolta anche il giorno in cui lei era entrata nel Sandy Hook Inn per quel colloquio da cameriera. Lui era il padrone, l’aveva squadrata come se fosse nuda mentre le faceva un sacco di domande inutili. Poi, alla fine, le aveva detto: “Tesoro, adesso mi viene in mente che il lavoro è già stato assegnato e che dovrei togliere il cartello”. E poi aveva aggiunto, sorridendo furbescamente: “Perché non mi lasci il tuo numero di telefono? Non si sa mai”, e intanto le fissava i seni nella canottiera… Gregor Wodicki è il più giovane degli insegnanti di musica dell’Istituto. Della sua musica si dice che è “brillante ma inaccessibile” e di lui che è “un uomo che amava la sua famiglia, anche se alzava spesso il gomito, faceva uso di speed, non era un cittadino modello, era un compositore primitivo – intellettuale, e in generale un figlio di puttana”. Anche nel caldo umido dell’estate nello Stato di New York sta giorni e giorni senza farsi una doccia, e dice ghignando che non è un problema suo se qualche narice delicata si offende. Lo stesso cattivo odore, per altro, lo emanano anche sua moglie Pegreen, i suoi bambini, e tutta la loro disordinatissima casa. Adriana non c’è mai stata, pur essendovi stata invita spesso con suo marito. Oltre che sua collega, lei è l’amante di Gregor e di lui ama tutto, compreso il suo “afrore animalesco”. Ogni volta che possono allontanarsi dai loro rispettivi coniugi si incontrano in segreto, “come animali che si accoppiano e la cui frenesia non è una scelta o un sentimento, ma una costrizione fisica”...

Scrittrice assai prolifica, capace di padroneggiare molti generi letterari dal romanzo, al saggio, alla poesia, alla scrittura per bambini, l’americana Joyce Carol Oates ha scritto anche romanzi del mistero con due pseudonimi, Rosamond Smith e Lauren Kelly, e lunghissimo è l’elenco dei premi collezionati nella sua carriera. Come autrice di racconti ne vanta oltre 700 e Misfatti ne raccoglie ventuno, pubblicati su varie riviste e antologie. Ognuna di queste storie, più o meno lunghe, è una istantanea dall’atmosfera molto americana ma con un sapore universale che arriva netto e diretto al lettore. Al centro famiglie, uomini e donne anche giovani, “normali” in situazioni e contesti quotidiani che celano ossessioni, tic, idiosincrasie, manie, sospetti, segreti, solitudini, gelosie, desiderio di fuga, vendetta, riscatto; apparenze e facciate rispettabili dietro le quali si nascondono questi “misfatti” che la Oates definisce trasgressioni nel sottotitolo. Si tratta di storie quasi tutte cattive, raccontate con una scrittura spietata, incisiva, spesso addirittura feroce, i cui protagonisti sono travolti da loro stessi, dalla loro umanità più bassa, dai loro sentimenti, peggio ancora soprattutto dai loro istinti. La cameriera bruttina che si ingozza degli avanzi che porta via dai tavoli; la bambina undicenne che compra una sciarpa di seta turchese spendendo tutti i risparmi raggranellati a fatica per regalarla a sua madre come un talismano che dica Ti amo, per poi riceverla indietro anni dopo, quando la vecchiaia ha cancellato la memoria; l’autore di thriller psicologici, “una di quelle persone ammirate da molti che rimangono misteriose anche per i vecchi amici”, che ha conosciuto presto “la differenza essenziale tra essere invidiati ed essere apprezzati” e che in occasione di una premiazione lascia il pubblico sbigottito con un racconto ipnotico quanto angosciante: sono alcuni dei personaggi così diversi tra loro, eppure ognuno a suo modo spiazzante e inquietante, capaci di restare impressi a lungo al lettore come un vago senso di disagio. Non c’è un giudizio, nemmeno una verità ammannita o una sfumatura di morale, la Oates si limita a raccontare, con la potenza narrativa sua propria capace di trovare un equilibrio nella eleganza e nella misura. Nel labirinto delle ossessioni dei personaggi di questi Misfatti, il lettore tende a restare disarmato come davanti a qualcosa di terribile e vero, e se le storie sembrano terminare spesso in maniera brusca senza concludersi è perché sono appunto fotografie impietose, non filmati, non hanno bisogno di approdare a qualcosa, o di una fine qualunque. “Pochi autori come Joyce Carol Oates conoscono così bene gli oscuri segreti dell’animo umano” ha scritto il “Publishers Weekly”, e chiunque voglia esplorare questi segreti dovrebbe leggere questi racconti.



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