Mistero buffo

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La parziale rivisitazione del componimento poetico Rosa fresca aulentissima di Ciullo d’Alcamo, uno degli esponenti più rappresentativi della poesia popolare giullaresca della scuola siciliana, fa giustizia di tutte le edulcorazioni applicate nell’ambito del suo insegnamento scolastico. Nel Grammelot dell’avvocato inglese, invece, va in scena l’arguzia espressiva e onomatopeica dell’arringa di un legale che scagiona un imputato di nobile lignaggio dall’accusa di aver violentato una fanciulla, rovesciando sulla ragazza l’accusa di essere una provocatrice. D’irresistibile comicità le giullarate La resurrezione di Lazzaro e Bonifacio VIII. La prima è rappresentata come una meta di pellegrinaggio durante la quale la folla ansiosa di assistere al miracolo di Gesù non disdegna di attardarsi tra le bancarelle di manicaretti presenti sul posto. La seconda ci fa assistere al rito preparatorio a una processione, nel corso del quale il papa simoniaco che Dante ha condannato all’inferno ancora prima che morisse, impiega un lungo lasso di tempo per agghindarsi con lussuosi paramenti sacri, con anelli, gioie e pietre preziose. Per non dire de Il miracolo delle nozze di Cana, che un ospite ebbro di buon vino riesce a raccontare alla gente in una forma più avvincente e suggestiva di quella invano tentata da un angelo, de La strage degli innocenti, de La morale del cieco e dello storpio, di Maria alla croce, Il matto e la morte, Il gioco del matto sotto la croce

Mistero buffo è indiscutibilmente l’opera più riuscita di Dario Fo. Quella che lo ha reso celeberrimo nel mondo letterario e teatrale sia in Italia che all’estero. Composto nel 1969, il monologo è stato nel corso degli anni più volte modificato. La sua rappresentazione teatrale costituisce ancora oggi un modello a cui gli autori e gli interpreti del teatro di narrazione continuano a guardare e a ispirarsi. Geniale evocatore della cultura popolare medievale, del recupero di dialetti padani ormai desueti e assemblati in una nuova forma espressiva fortemente onomatopeica denominata “grammelot”, Fo dà libero sfogo a una vitalità da giullare e da cantastorie. Il suo canovaccio non mira solo a sostenere una polemica egualitaria che tenda a dar voce alle plebi lasciate ai margini del corso storico, ma soprattutto alla scanzonata e stravagante rievocazione di leggendarie figure bibliche e di personaggi storici. Dalle pagine esce un vertiginoso caleidoscopio di racconti che unisce la facilità popolaresca e ridevole dei motivi all’altisonanza di riferimenti dotti, assemblandoli in una sintassi creativa di eccezionale vivacità. Drammi religiosi e parabole si pongono in chiave grottesca e folle, seguendo gli estri di una vitalità capace di trapassare nel vigore icastico della polemica religiosa, in un arringo satirico e irriverente rivolto contro i papi e i potenti che attraggono il lettore anche per il fascino di un’antica dimensione comunicativa.



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