Mistero sul lago nero

Mistero sul lago nero

Gambe allungate sulla scrivania e due dita di Jack Daniel’s liscio nel bicchiere, il detective Mario Borri si prepara all’ultimo giorno di attività prima di andare in pensione. Mentre sorseggia con calma il suo whisky vede dietro al vetro smerigliato dell’ufficio il profilo di una pupa da urlo. Quando la proprietaria del suddetto profilo (e di una spumeggiante chioma fulva) apre la porta, si accorge di averci preso. Borri, alla faccia dei suoi sessantacinque anni, se la mangerebbe in un boccone. E quella ha scelto proprio il momento del suo addio alle scene del crimine per proporgli un lavoro. In ballo c’è l’eredità di una zia bigotta, cinque milioni di euro legati una clausola: la rossa non deve bere per almeno un anno (ha già avuto esperienza con gli alcolisti anonimi) e sua sorella, la coerede, deve evitare di farsi spupazzare da bellimbusti con auto di grossa cilindrata. Se una delle due sgarra, il patrimonio va all’altra. Così Borri accantona il proposito di pensionamento, lascia la sua cara Milano e a bordo della sua Renault color cacca va in quel di Mirate al Lago per fotografare di soppiatto la sorellina mentre fa quel che non dovrebbe, in modo che la “sex bomb” possa incassare tutto il malloppo da sola. Sembra un incarico semplice. Sembra…

Massimo Cassani conferma il suo talento di creare protagonisti che si staccano dalla pagina e prendono vita grazie a una caratterizzazione costruita nei minimi dettagli. Alto un metro e sessanta, Ray-Ban sul naso, Borsalino in testa, addosso un completo di lino spiegazzato che gli dà “un’aria vissuta e crudele”, piedini numero trentasei: questo è Mario Borri, uno della vecchia scuola che non si trova a suo agio con la nuova investigazione, lo spionaggio industriale e le diavolerie tecnologiche. Si aggiunga un animo irriducibilmente metropolitano, che in quarant’anni di carriera non gli ha mai fatto abbandonare il suo nido catramoso e gli fa provare un’immediata repulsione per il sito verde e lacustre dove deve svolgere l’indagine, e il private eye ricalcato (con spirito sbarazzino) sul modello di Bogie è servito. Qualcuno gli dice che pare uscito da un film americano degli anni ’40 e ha ragione, ma fino a un certo punto, perché Borri è il primo a non prendere troppo sul serio quello stereotipo e lo intacca a colpi di autoironia punteggiati di porca paletta, la sua imprecazione abituale. Per il suo investigatore mignon Cassani cuce su misura un intrigo che concede molto al divertimento, con una leggerissima vena di malinconia per il tempo che passa. Come contorno, tanti personaggi che fanno provincia, uno più strambo dell’altro, un manipolo di suore poco cristiane, una sfiorita ex bellezza dall’ugola d’oro finita a gestire un alberghetto dove si fermano soltanto i cacciatori di cinghiali. E alla fine, un colpo di scena letteralmente della Madonna: leggete e capirete.



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