Mistero a Villa del Lieto tramonto

Mistero a Villa del Lieto tramonto
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“Ogni mattina Siiri Kettunen si svegliava con la consapevolezza di non essere ancora morta”. I suoi giorni a Villa del lieto tramonto sono tutti uguali, si ripetono meccanici come il tic tac tic tac che è diventato l’allegro mantra delle conversazioni tra lei e la sua amica Irma. Sin dal mattino i giorni sono scanditi da azioni che si ripetono uguali da anni: alzarsi, lavarsi, vestirsi, poi colazione, giornale e una capatina nel salottino comune dove i più vegetano in attesa del pranzo. Così non è, però, per un manipolo di irriducibili vegliardi che rifiutano di lasciarsi annientare in attesa del crematorio: l’ambasciatore, sempre elegantissimo e che rifiuta di indossare tute oversize e bavaglini, Anna Liisa, puntigliosa giocatrice di bridge e, dulcis in fundo c’è Irma Lännenleimuu, che da giovane è stata una studentessa di canto di belle speranze e ora trascorre interminabili giornate in attesa della morte in compagnia della sua amica Siri, con la quale condivide lo status di privilegiate locatarie di due bilocali, invece che pazienti. Le due ultranovantenni non si lasciano abbattere dalla noia, la affogano in qualche bicchierino di alcool terapeutico, la distraggono portandola a spasso in interminabili scorribande in tram per i vecchi e nuovi quartieri della loro Helsinki,come Tőőle, dove Irma viveva prima che i suoi “tesorini” decidessero di venderle casa e ficcarla nella residenza per anziani. Non è facile, però, a novantadue anni trovare sempre nuovi modi di tenere a bada la noia. Per fortuna di tanto in tanto ci sono morti da commentare con sospiri e “beati loro” e anche colpi di scena come presunte morti rivelatesi false commentate con “poverina”. Oggi, però, il “chicchirichì” con cui Irma di solito saluta Siri, è foriero di bruttissime notizie: Tero (o di chiamava Pasi? No, Vesa! O forse Tomi?), insomma, il cuoco che flirtava con Siiri e che di tanto in tanto preparava per le donne veri pasti invece che purè, è morto! Gli ospiti più arzilli sono annichiliti e dato che non c’è stratagemma in grado di far sputare la verità alla perfida capo reparto Virpi o alla legnosa direttrice Sinikka, non resta che farsi un goccio di rosso, mettersi in ghingheri e andare al funerale. Prima, però, c’è un altro mistero che scuote la residenza: un reduce di guerra amputato di entrambe le gambe è stato violentato!

Irma e Siiri e tutto il gruppo dei loro amici e conoscenti che si assottiglia ogni settimana che passa sono i protagonisti della trilogia di cui Mistero a Villa del Lieto tramonto è il primo volume, che ha fruttato a Minna Lindgreen l’appellativo di “Agatha Christie del Nord” e sono anche gli scanzonati testimoni di un’epoca che appartiene solo a loro e che ormai ha ceduto il passo a un mondo che se da un lato li fa sorridere e scatena le loro battute al vetriolo, dall’altro li vede appassionati di giocattolini elettronici e sinceramente e affettuosamente incuriositi dai giovani che li circondano. Sono osservazioni, le loro, che coinvolgono non solo il mondo che li circonda ma se stessi e i loro ultra vecchi coetanei, condannati a vivere da un sistema che li vuole in perfetta salute fino all’ultimo minuto, che rifiuta di lasciarli morire con dignità, preferendo rinchiuderne i gusci vuoti e gli scheletri ansimanti nel famigerato reparsto isolamento della Villa, dove finiscono, lontani dagli occhi, quelli che si ammalano di demenza. La canzonatura delle nuove generazioni è meno impietosa, lo sguardo che si posa su di loro è benevolo e tende a giustificare e nasconde il sorriso dietro giudizi del tipo “i giovani oggi sono calvi per scelta… quando non vogliono lo chignon” e “non sanno trattare coi vecchi perché a scienze infermieristiche si sono allentati con le bambole”. È un libro, questo primo volume, che si può leggere a molti livelli: c’è il giallo divertente e dal finale non scontato, ci sono le osservazioni sociologiche sulle nuove configurazioni urbane dei quartieri della città e ci sono le riflessioni di tipo economico, sociale e politico che sono la sottotraccia più interessante della narrazione. Una società che rifiuta l’idea di un fine vita non medicalizzato e che finisce, così facendo per condannare i suoi vecchi “alla vita” ed esporli alle angherie e fragilità che sono tipiche del tardo capitalismo occidentale.



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