Miti e simboli dell'India

Il dio Indra, signore delle nuvole, della pioggia e delle tempeste, sconfigge il titano serpente che aveva rubato le acque del cielo, le quali ripresero a fluire su tutta la Terra riportando la vita. Ricostruisce anche le dimore degli dei che lo acclamano come loro salvatore. Egli, per ricordare la sua vittoria, si fa costruire dal dio delle arti un palazzo meraviglioso, ma esigendo continue modifiche per glorificare la sua grandezza, Vișņu e Śiva decidono di intervenire per placare la sua brama di ostentazione. Il primo gli appare attraverso l’avatāra di un bambino e il secondo di un vecchio saggio; entrambi, attraverso racconti simbolici, lo riportano alla dovuta umiltà, ricordandogli il ciclo della vita (e del mondo) e la trasmigrazione delle anime ( samsāra ). Il ciclo del mondo è costituito da 4 yuga , (quattro quarti) che rappresentano quattro colpi nel gioco dei dadi. La prima età ( kŗta ) è l’età delle perfezione, in cui il dharma , l’ordine morale, è al suo zenith , è 4/4. Le età successive vedono un progressivo dissolversi del dharma ( tretā è 3 dei quarti, dvāpara è 2/4 e l’ultima è l’età nera del kali, in cui l’intera forza del dharma è solo al 25%). Il totale dell’intero ciclo è di 4.320.000 anni. Quando il ciclo si è concluso, Vișņu, l’Essere Supremo che aveva creato il mondo per emanazione, riassorbe tutte le sfere che lo compongono, sia quelle mortali sia quelle divine, diventa sole che brucia, poi vento che aspira l’aria vitale, fuoco che riduce tutto in cenere e poi diluvio che, ristorando la terra, la porta all’estremo sollievo, all’estinzione totale ( nirvāna ). A questo punto la terra torna all’oceano primordiale dal quale era emersa nell’aurora universale. Su questa enorme distesa d’acqua, l’oceano cosmico, Vișņu si riposa, adagiato sulle spire di Ananta, il serpente dalle nove teste. Deve passare un altro secolo di Brahmā perché il ciclo sia completo e dopo 311.040.000.000.000 il dio fa spuntare un fiore di loto dall’ombelico, al cui centro siede Brahmā, a cui l’Essere Supremo affida le fasi successive della creazione…

Heinrich Zimmer, nato in Germania nel 1890, è stato un famoso indologo. Ha insegnato all’Università di Heidelberg, a Oxford e poi come visiting professor alla Columbia di New York. È morto nel 1943 senza aver potuto pubblicare il libro che riassumeva il cospicuo frutto di tutti i suoi ultimi studi. L’amico e collega Joseph Campbell si prese l’incarico di raccogliere e rielaborare gli appunti e le lezioni che Zimmer tenne alla Columbia University. Così è nato questo libro affascinante. Noi occidentali, che abbiamo il culto biografico dell’uomo nella storia del mondo e che consideriamo la natura una nostra proprietà, quando siamo in debito di ossigeno, ci rivolgiamo sempre alle filosofie orientali, nonostante in questo caso specifico la religione e la filosofia indù pensi il tempo e il mondo in maniera totalmente diversa, e cioè “in termini biologici di specie e non in quelli di un Io”. Perché? Forse proprio per questa diversità di fondo, per recuperare la lentezza e lo spirito che fa del tutto un tutt’uno, che fa dell’uomo una sfera non diversa e soprattutto più importante dalle altre sfere dell’universo. Sono inoltre molti i collegamenti che l’induismo ci propone: col Cristianesimo, con l’Ebraismo, con la filosofia (Schopenhauer, Pitagora, Plotino), con la psicoanalisi (Jung e la teoria degli archetipi). La religione indiana (e parliamo dell’ induismo generalmente considerato nella sua forma più tradizionale, poiché non ne esiste una forma unica) si spiega per miti come Gesù spiegava per parabole, con la differenza che la mitologia induista è molto carica di aggettivazione e di superlativi assoluti; Cristo è in fondo un avatāra di Dio Padre, un’incarnazione. All’ebraismo la lega il concetto di emanazione: il termine “sefirot”, cioè emanazioni, nella Qabbalah designa i dieci strumenti con cui “Or Ein Sof” (nell’ebraismo il nome di Dio è impronunciabile se non con questo termine) si rivela e in modo continuativo crea sia il Reame fisico che la Catena dei Reami metafisici superiori; restando connessi al termine emanazione ci ritroviamo nel neoplatonismo: Plotino sostiene che tutti gli esseri provengono dall’Uno per emanazione e l’andare della vita segue uno sviluppo ciclico (ricorda il ciclo dei quattro yuga). Un concetto basilare della religione induista è la māyā, termine che ha molti significati tra cui quello di illusione; nella distinzione che viene proposta tra irrealtà e reale, māyā è il transitorio, il mutevole, ciò che non è imperituro (qualità che invece appartiene al reale), è lo strumento che permette la trasformazione degli dei in altro da sé e anche, nella forma di māyā superiore “la spontanea autotrasformazione di una sostanza divina onnigeneratrice” che genera anche l’universo degli dei. Riuscire a sollevare il velo di māyā per Schopenhauer significa arrivare al noumeno, alla essenza profonda del nostro Io, il “Wille zum Leben”, la volontà di vivere. Zimmer conobbe Jung personalmente e rimase molto influenzato dalla sua Teoria degli archetipi, tanto da inserirla nel concetto degli avatāra. Il corpo della religione induista è immenso, complesso e la lettura di questo lodevole lavoro di Campbell non è leggera ma preso a piccole dosi, con predisposizione all’ascolto, anzi, all’ascolto del silenzio, riserva grande piacere, non solo intellettuale.



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