Moby Dick

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Il giovane Ishmael vuole conoscere il mondo, e come tutti quelli che sono nati in riva al mare – lui è di Manhattan – sa che per farlo non c’è modo migliore che imbarcarsi per un lungo viaggio nell’oceano. Le sue letture e i racconti che gli sono giunti alle orecchie lo convincono poi a scegliere in particolare la difficile carriera del baleniere. Parte quindi alla volta di New Bedford, nel Massachusetts, e qui ha il primo impatto con il rude ambiente dei marinai: prima in una inquietante chiesa nella quale persino a Messa non si parla altro che di balene, mare e morte, poi in un alberghetto nel quale si ritrovano i lupi di mare appena tornati sulla terraferma per sorbire squisite zuppe di pesce. Stanze libere non ce ne sono, e il ragazzo deve rassegnarsi a dividere non solo la stanza ma addirittura il letto con un ramponiere polinesiano di nome Queequeg. È un uomo bizzarro, tatuato dalla testa ai piedi, idolatra, tagliatore di teste e probabilmente cannibale, ma si rivela un affettuoso compagno di letto, e racconta a Ishmael le sue origini regali nell’isola natia di Kokovoko e come ha abbandonato il suo popolo per dare la caccia alle balene sulle navi degli uomini bianchi. La mattina successiva i due – ormai amici per la pelle – partono per  Nantucket, il più importante porto della zona, decisi a trovare un impiego su qualche baleniera in partenza. Scelgono istintivamente la Pequod, una nave di legno intarsiato comandata dal misterioso Achab, uomo tenebroso e minaccioso circondato da segreti e maldicenze. Ma Ishmael e Queequeg non hanno modo di verificare la veridicità delle voci perché questo fantomatico capitano non si mostra per nulla all’equipaggio per giorni e giorni di navigazione. Quando lo fa, però, è uno shock: Achab ha una profonda cicatrice che gli percorre il volto, lo sguardo febbrile da invasato e una gamba di legno. Tutti atroci souvenir di una mostruosa creatura, un feroce capodoglio albino che lui chiama Moby Dick e al quale dà la caccia senza tregua e senza pace, mettendo a rischio la vita dei suoi uomini in una folle corsa nell’oceano a inseguire fantasmi…

A chi mai sarebbe venuto (o verrebbe tutt’oggi) in mente di utilizzare come pretesto una storia di caccia alla balena per scrivere un romanzo filosofico, si chiedeva un critico nel 1851? Al newyorchese Hermann Melville, che questo libro complesso e indimenticabile lo ha inzeppato di metafore, simbolismi, ma anche di estenuanti digressioni politiche e sociali (per dirne una, ci sono nel romanzo pagine contro il razzismo di una modernità sconcertante) e di riflessioni sulla religione, sul mondo, sulla natura della realtà - evitando al contempo con cura di collocare temporalmente la vicenda, probabilmente per sottolinearne il carattere allegorico. Complice perfetto di tutta l’operazione, lo stile molto ‘ottocentesco’, fiorito e per nulla sintetico. Qui scorciatoie non se ne prendono: quando il plot si imbatte in un tema – per quanto complesso – l’autore mette la freccia, entra in una piazzola di sosta, spegne il motore e non riparte finché non ha esaurito le sue considerazioni e gli approfondimenti del caso. Due eventi hanno ispirato il romanzo: il naufragio della Essex, una baleniera ‘speronata’ nel 1820 da un capodoglio inferocito, raccontato da Owen Chase nel volume Narrative of the Most Extraordinary and Distressing Shipwreck of the Whale-Ship Essex, una chicca per collezionisti bibliofili beccata dal suocero di Melville, Lemuel Shaw, su chissà quale bancarella, e la uccisione del capodoglio albino Mocha Dick (fonte di ispirazione evidente per il nome della coprotagonista del libro) nel 1838. Ma è stata la sua esperienza diretta come marinaio su una baleniera nel 1841-1842 sulla Acushnet a segnarlo per sempre (non sono pochi i parallelismi tra Ishmael e Melville) a suggerirgli la potenza estetica e simbolica della caccia alla balena. A proposito di simboli: la balena bianca (che balena non è, essendo un capodoglio) è stata interpretata dalla critica letteraria via via come simbolo ecologista della Natura vendicativa, del Dio severo dell’Antico Testamento o della morte, solo per citare le soluzioni meno stravaganti. Appena uscito, Moby Dick fu accolto molto freddamente da stampa e pubblico, e solo dopo quasi un secolo – grazie al lavoro di Carl Van Doren e David H. Lawrence - fu riscoperto e iniziò a essere considerato il capolavoro che è. Una favola nera e violenta che come nessun altro libro mai ha saputo descrivere l’abisso infelice che si spalanca nel cuore degli uomini quando hanno fame e non riescono a saziarsi di nulla, quando cercano qualcosa che nemmeno loro sanno, quando devono partire non si sa per dove, ma partire. A tutti loro – a tutti noi – Melville dedica frasi come questa: “Se questo mondo fosse un piano infinito e navigando a oriente noi potessimo sempre raggiungere nuove distanze e scoprire cose più dolci e nuove di tutte le Cicladi o le Isole del Re Salomone, allora il viaggio conterrebbe una promessa. Ma, nell'inseguire quei lontani misteri di cui sogniamo, o nella caccia tormentosa di quel fantasma demoniaco che prima o poi nuota dinanzi a tutti i cuori umani, nella caccia di tali cose intorno a questo globo, esse o ci conducono in vuoti labirinti. O ci lasciano sommersi a metà strada”. Laggiù, soffia! Laggiù, soffia!



 

 

 

 
 
 
 

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