Mondi perduti

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“Dove sono, oggi, i Pequot? Dove sono i narragansett, i mohawk, i pokanoket e tante altre tribù un tempo potenti?”. A chiederselo, nel 1811, è Tecumseh, il capo shawnee che dopo il vergognoso trattato di Fort Wayne (1809) con cui 12.000 chilometri quadrati di terra in Indiana e Illinois passavano agli statunitensi per la miseria di meno di 2 centesimi all’acro si pose alla guida di una coalizione di tribù che – in concomitanza con la guerra anglo-americana – mise in severa difficoltà gli Stati Uniti ma fu sbaragliata il 5 ottobre 1813 nella battaglia del fiume Thames (oggi Ontario), durante la quale perì anche Tecumseh. Lo sterminio dei nativi americani è un evento storico drammatico e sottovalutato: nel 1492 vivevano tra i 5 e i 10 milioni “nel gigantesco territorio a nord del Rio Grande; nel 1900 ne rimanevano appena 237.000 sul suolo statunitense”. Le cause di questa immane tragedia? Malattie, fame, riduzione in schiavitù, guerre, massacri, trasferimenti coatti. Eppure, fino agli anni Sessanta del Novecento, la maggior parte degli storici descriveva la storia degli Stati Uniti come se le popolazioni indigene fossero mere comparse sullo sfondo, quasi oggetti senza alcun diritto territoriale o dignità culturale. “Nella narrazione dominante, quella degli USA è stata descritta come la straordinaria storia dei successi e del progresso di una nazione in cui il principio illuministico di libertà ha conosciuto trionfi precoci e i pionieri di origine inglese hanno trasformato i territori incolti della wilderness in un fiorente giardino con il lavoro delle loro mani”. Di qui la retorica della frontiera, del West e via dicendo. I nativi americani, i “pellerossa”? Un intralcio, nel migliore dei casi. Questa gigantesca opera di rimozione ha determinato il sedimentarsi nell’immaginario collettivo di una visione edulcorata e falsata della “epopea” americana. Come ha osservato di recente Manfred Henningsen, “il racconto della straordinaria fondazione degli USA ha eluso i riferimenti all’economia della violenza” che è invece parte integrante della sua storia. Il continente americano non era un territorio disabitato e selvaggio da antropizzare, non era uno spazio vuoto da civilizzare, era già occupato da altre civiltà e popolazioni umane. La nascita e la crescita degli Stati Uniti sono il frutto di un’invasione…

Lo storico svizzero Aram Mattioli insegna all’Università di Lucerna ed è noto a livello internazionale per i suoi studi sulla storia dell’antisemitismo e del fascismo italiano. Come tanti, da adolescente si è appassionato alla storia del West attraverso film, fumetti, libri. Come per tanti, come per noi, vedere film quali Piccolo grande uomo o Soldato blu e leggere Seppellite il mio cuore a Wounded Knee ha rappresentato per Mattioli un’epifania: dunque le cose non erano andate davvero come erano state raccontate prima, dunque c’era un’altra verità, una storia drammatica e spaventosa tutta da scoprire e raccontare. Cosa che quel ragazzino svizzero, divenuto adulto, fa qui con mirabile e appassionata precisione. Nella storiografia moderna lo sterminio dei nativi americani viene letto in tre modi distinti: per alcuni storici si tratta di un “danno collaterale” dell’espansione coloniale europea, per altri vale la posizione di David E. Stannard esposta nel 1992 secondo la quale si è trattato di un genocidio mirato, altri ancora infine – come Aram Mattioli – si situano più o meno a metà strada tra queste due posizioni. Mondi perduti tenta di dimostrare che la politica indiana degli USA “non è riconducibile a un solo denominatore comune in grado di spiegare ogni cosa: un ruolo essenziale, per esempio, lo ebbero le ripetute, spaventose epidemie di vaiolo. Il compito che lo storico si pone è “decolonizzare” la storia nordamericana sia dal punto di vista concettuale che terminologico, rendendo giustizia ai nativi americani quali soggetti storici a pieno titolo, titolari di una tradizione culturale, politica e militare vecchia di millenni e tutt’altro che primitiva, al contrario di quanto afferma un pregiudizio vivo ancora oggi. Un volume Einaudi di grande qualità anche estetica che a buon diritto può essere considerato la miglior storia dei nativi nordamericani disponibile sul mercato.



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