Monte Cinque

Monte Cinque
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Per Elia, il lavoro di falegname è tutto: in quei tavoli che prendono forma dal legno grezzo il giovane profeta riesce a vedere la potenza e l’amore di Dio. Un angelo, però, fa capire ad Elia che il progetto divino su di lui è ben diverso: deve, infatti, mettere in allerta il sovrano di Israele dalla sua consorte, la bellissima Gezabele, che vuole soppiantare la fede nell’unico Dio con il credo del suo Paese natio. Per ottenere il suo scopo non usa maniere delicate, arrivando a ordinare l’uccisione di tutti i profeti, veicolo della parola di Dio. Solo Elia riesce a salvarsi, mantenuto in vita nel bosco da un corvo con il quale intrattiene un profondo dialogo interiore. Ma dove andare? Cosa fare? Finalmente, è di nuovo Dio, per il tramite di un’altra visione angelica, a indirizzare i suoi passi verso la città fenicia di Akbar. Una vedova lo accoglie, ormai sfinito dal lungo errare, ma il sospetto della donna nei suoi confronti è nulla rispetto all’ostilità che gli riservano gli altri cittadini. Impossibilitato a rientrare in patria, che pure vuole salvare dall’imminente crollo spirituale, e male accetto nella nuova città, Elia è preda di continui dubbi sul suo destino e sul suo ruolo nel disegno di Dio. Guidato da mano divina, riporta in vita il figlio della vedova con la quale è intanto nato un profondo sentimento d’amore: la sua saggezza, unita alla forza di quel gesto sovrannaturale, lo rendono infine parte di quella comunità inizialmente distante. Ma i progetti di Dio per Elia sono diversi, e la minaccia dell’esercito assiro alle porte della città mette di nuovo in discussione il precario equilibrio della sua esistenza…

Accettare un destino già stabilito o costruirlo con le proprie scelte? Confidare in una volontà superiore e abbandonarsi ad essa o trovare una via personale per rispettare anche sé stessi? Al di là del credere o meno in Dio, questi dubbi sono propri di quegli uomini che si vogliano interrogare sul senso dell’esistenza e non solo viverla. Esiste dunque un destino preordinato al quale non possiamo sottrarci? È questo il profondo dibattito interiore che Elia vive per tutta la durata della narrazione, in tutti i momenti in cui gli avvenimenti diventano troppo dolorosi per essere semplicemente accettati. E se ha dei dubbi lui, che riesce a riportare in vita un bambino, che parla l’angelo di Dio, figuriamoci se non possono averne coloro i quali hanno una fede più debole, o definitivamente nessuna. La potenza di questo romanzo è in questa zona, mista di sacro e di terreno, in cui al lettore non viene chiesto di seguire o credere alla storia di un profeta (sarebbe troppo facile) ma di partecipare a un’avventura umana, alle scelte di una persona con tutte le sue contraddizioni, le paure e i turbamenti. Laterale ma non trascurabile la battaglia che, nella città di Akbar, si svolge contro la diffusione della scrittura cioè delle idee: è più facile orientare le menti di coloro che non hanno alternative, che non possono fare altro che credere. Memorabile, in questo senso, la figura della vedova che accoglie Elia, per la quale l’apprendimento della scrittura è una vera e propria rinascita. Ogni scelta presuppone libertà e per essere liberi bisogna conoscere. Un messaggio potentissimo e attuale, senza tempo, che ci riporta, al di là di ogni tempo e di ogni luogo, all’essenza stessa dell’essere uomini.



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