Montedidio

Montedidio
Napoli, quartiere Montedidio. Ha appena compiuto tredici anni e il babbo, come è giusto che sia, l’ha messo a lavorare. È il suo primo giorno nella bottega di mast’Errico. Imparerà a lavorare il legno e la sera annoterà i fatti del giorno in un avanzo di bobina regalatagli dal tipografo. Che è buono, in fondo: gli piace soltanto toccare il piscitiello ai ragazzini. Con sé porta sempre il bumeràn che proviene dall’Australia, ma non lo può lanciare perché nel suo quartiere non c’è lo spazio nemmeno per uno sputo. Fa niente: può sempre fare la mossa di tirarlo. Il bottega c’è anche Don Rafaniello, o’ scarparo, che ha la gobba dalla quale un giorno spunteranno le ali che lo porteranno a Gerusalemme: si sentono già scricchiolare le ossa delle ali. E poi c’è lei: Maria…
Tra gli stretti e chiassosi vicoli di Montedidio si staglia la figura di un tredicenne che fa la cronaca delle sue giornate e la fa in italiano, pur sentendosi un traditore del suo dialetto, perché l’italiano è “zitto” e ci può mettere i fatti “riposati dal chiasso napoletano”. Montedidio ha la sostanza di una favola, amara certo, attraverso la quale l’io narrante ci porterà nel suo brusco percorso di crescita privo di tappe intermedie che si traduce in uno sfondamento quasi violento delle porte che conducono nel mondo adulto. È un romanzo ricco di tenerezza e magia, nel quale domina l’assenza. Dirà molto saggiamente il protagonista: “I grandi vanno dietro ai loro guai e noi restiamo nelle case sorde che non sentono più un rumore. Solo il nostro sentiamo e fa un po’ paura”. La solitudine, le assenze e le dolorose perdite si uniscono, quasi a creare una compensazione salvifica, con la forza, la voglia di vivere, “l’ammore” e soprattutto i sogni, che in qualche modo si realizzeranno nella notte di Capodanno, tra colorati e rumorosi fuochi d’artificio.

 

 

 

 
 
 
 
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