Morire il 25 aprile

Morire il 25 aprile

25 aprile 2001. Fidenza (Borgo San Donnino). È strano che lui sia morto proprio quel giorno. Durante il suo funerale, il presidente dell’ANPI ha tenuto un discorso breve, sobrio ed emozionato, mentre la banda suonava motivi quali Il Piave, Il silenzio e Fischia il vento. Quell’uomo anziano che ha appena dato il suo estremo saluto alla vita crollando a terra come un sasso si chiama Giuliano Romanini: il comandante Julien, un partigiano della Resistenza italiana. Così, un professore di storia che durante il funerale si è messo a cantare a squarciagola Bella ciao e che conosceva molto bene Giuliano, può passare all’azione: va nella casa del vecchio e inizia a cercare. Vuole ricostruire la sua storia, scrivere un libro magari, ripercorrere quegli anni tristi e violenti di guerra. E per farlo dovrà documentarsi, fare delle ricerche, intervistare i pochi testimoni rimasti, partendo dai pochi indizi che possiede: una lettera firmata da sua madre e una veccia foto in cui tre partigiani sono immortalati davanti al muso di un camion. Era il 1944 e l’esercito partigiano si stava riorganizzando, soprattutto a seguito dei famigerati bandi Graziani, che prevedevano la coscrizione obbligatoria – pena la morte – nell’esercito della Repubblica Sociale Italiana. La Resistenza entrava nel vivo…

Sospeso tra passato e presente, tra memoria e contemporaneità, Morire il 25 aprile di Federico Bertoni – docente di Teoria della letteratura all’Università di Bologna ed esperto della tradizione del romanzo moderno e della letteratura della Resistenza – è un romanzo che narra le gesta del comandate Julien, capo del distaccamento “Ettore”, un personaggio ispirato da Vincenzo Sutti, il comandante partigiano “Farfallino”, che proprio a casa dell’autore si sente male il 25 aprile 2003. Partendo da fatti reali che affondano le radici nei luoghi in cui Bertoni è nato e che coinvolgono la sua stessa famiglia, lo scrittore di Fidenza costruisce un romanzo in cui finzione narrativa e memoria storica trovano un giusto equilibrio, scandito dall’uso della terza persona quando sulla pagina vivono le gesta di Julien e dei partigiani, e della prima quando l’io narrante racconta di sé stesso nella dimensione contemporanea. Proprio qui risiede la forza di Morire il 25 aprile: nel costruire un ponte tra passato e presente; una connessione tra la Seconda guerra mondiale e fatti accaduti nel primi anni del ventunesimo secolo come gli scontri di Genova durante il G8, le guerre mediorientali e il terrorismo. Rinunciando alla saggistica, dunque, a favore della finzione narrativa, Federico Bertoni costruisce un romanzo d’esordio in cui a parlare sono i suoi stessi personaggi, i luoghi in cui vivono, le loro gesta: non vi è spazio per dietrologie, riflessioni teoriche o digressioni, ma solo per l’azione, per l’hic et nunc di uomini che vivevano a modo loro il dramma della guerra. Per le loro storie.



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