Morire in primavera

Morire in primavera

Al Fährhof, Germania del Nord, anni Quaranta. Quasi diciotto anni, Walter, e bisogna solo che Liesel lo ricambi; quella sera non si pensa alla guerra, prima perché dovrà pure finire, e più ancora perché il suo ruolo e quello di Fiete è di mungere le mucche e di far nascere i vitelli del podere. Qualcuno continuerà sempre a occuparsene! Se si fa caso alla radio del nemico, poi, gli Americani sono vicini, e si spera solo arrivino prima dei Russi, eppure la festa non si fa aspettare. Lui e l’amico, apprendisti mungitori, sono oramai lì e con le ragazze; di certo non si sarebbero aspettati in sala anche le Waffen-SS. Male, perché si ribadisce l’ordine di servire il Führer, con onore e senso di fedeltà, e al di là delle chiacchiere si proclama l’ora di dichiararsi pronti volontari e di impugnare con orgoglio i fucili. I giovani, sì, e perfino i vecchi! Fiete esita, sembra cercare una via di fuga, Walter lo ferma svelto, e il vecchio Thamling, piccato di non poter più trovare mungitori per il podere, osa, molto a suo rischio, mormorare. “C'era da immaginarselo. Come se il Reichsnährstand offrisse un barile di birra così, per amore del prossimo... Come si fa a continuare in questa maniera? Dovrò mandare avanti la baracca con i prigionieri di guerra, o cosa?” Si ha forse scelta?...

Il romanzo di Ralf Rothmann sensibile e breve ma con una natura impetuosa e grande, che all’indomani del giorno in cui ha fatto la sua comparsa in Germania è riuscito a segnalarsi per ciò che il settimanale “Die Zeit” ha definito sic et simpliciter una “certezza”, ossia di inaugurare “ufficialmente e potentemente [...] l’era post-Günther Grass”; questo romanzo, dicevamo, non fa astrazione degli orrori neri e profondi del Terzo Reich, e che tuttavia non sempre fanno effetto sui cuori, e così obbliga a raffigurasi anche la disgrazia dei soldati imberbi. Perché niente è così spaventoso quanto la guerra e la realtà di chi è chiamato alle armi... Dei crimini non resta che il nome, e neppure quello se alle uccisioni o alle torture non si dà un volto. Ricordiamo che la primavera è espressione della giovinezza, e che la guerra conta sul ruolo che essa vi recita, e dunque su Walter e Friedrich, che avrebbero “come tutti meritato di meglio”. Non si può dubitare che Rothmann voglia impadronirsi della nostra attenzione perlopiù con il continuo particolare dei dialoghi che, sostenuti da una semplicità malinconica, sono centrali e annientano la tiepidezza tanto contraria alla sacralità della Memoria.



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