Mors Pretiosa

Mors Pretiosa

L’uomo moderno ha sostituito la Morte con un suo simulacro, l’ha nascosta dietro un velo pietoso, camuffata e ingentilita con i simboli e l’iconografia che la ammanta di nero, nascondendone la ferocia e il clangore di ossa. Perché il “memento mori” suoni meno crudele. La prospettiva religiosa europea che caratterizzò il mondo e la vita dei fedeli nel Medioevo ci mostra però una testimonianza diversa: gli ossari, intesi come luoghi in cui le ossa dei morti vengono conservate e insieme usate per abbellire cripte e cappelle. In un’epoca non così lontana (e fino alla fine del XIX secolo) le ossa bianche e mute non erano velate ma esposte, perché potessero essere ammirate, in una sorta di perturbante fascinazione che suggellasse la caducità delle cose terrene, e allo stesso tempo elevasse la morte al “mirabilis”: rendere la morte esteticamente piacevole, con arabeschi d’ossa armonici di teschi e femori e vertebre e costole è il modo che i nostri antenati hanno trovato per rappresentare la “buona morte”, per nobilitare il “polvere sei e polvere tornerai” in un’immagine che sia insieme pietosa e teatralizzata, in cui i vivi osservano i morti e loro, come nell’antica leggenda, sembrano restituire lo sguardo dalle loro orbite nere e vuote, con un monito alla caducità della vita : “Quello che voi siete noi eravamo; quello che noi siamo voi sarete”. Un modo di rappresentare la morte che – insieme alle Danze macabre in pittura e l’Ars moriendi nella tradizione letteraria, entrambe diffuse in epoca tardo-medioevale – evocano nell’uomo contemporaneo il senso del “macabro”. Inteso come distante, forse anche ripugnante nella sua tangibile durezza d’ossa…

Mors Pretiosa è un saggio fotografico che insieme a La veglia eterna (dedicato alle Catacombe di Palermo) e De Profundis (che mostra il fascino del Cimitero delle Fontanelle di Napoli) costituisce il trittico funereo e al tempo stesso artistico della collana “Bizzarro Bazar”, ideata per Logos da Ivan Cenzi , che si definisce (a ragione) “esploratore del bizzarro, del perturbante, del macabro, dello strano e del meraviglioso”. Il libro, estremamente curato anche nella veste editoriale, accompagna il lettore in un viaggio fra fotografie, informazioni storiche e leggende legate ai tre più importanti ossari religiosi italiani: la Cripta dei Cappuccini nella chiesa dell’Immacolata Concezione di via Veneto a Roma, la Cappella degli Innocenti ovvero la chiesa San Bernardino alle Ossa, a due passi dal Duomo di Milano, e infine la piccola cappella in Santa Maria dell’Orazione e Morte a Roma, in cui scenografie e decorazioni d’ossa (per la maggior parte andati perduti nel 1886 con la costruzione degli argini del Tevere) sono realizzati grazie all’opera pietosa dei sodali de La Compagnia della Morte, che dal XVII secolo fino alla fine del XIX si occuparono di recuperare i cadaveri abbandonati e dare degna sepoltura agli indigenti delle campagne, portandoli spesso nell’ampio cimitero che si trovava in via Giulia, lungo il Tevere. La scelta di presentare il testo in due lingue, italiano e inglese, è funzionale all’interesse e alla fascinazione che i luoghi hanno per lettori e visitatori delle cripte. Lungi dall’essere una guida turistica, il testo si eleva e spazia dalla storia alla filosofia, dalle leggende popolari (come il racconto sullo scheletro della fanciulla che, presa da un’improvvisa voglia di ballare, si staccherebbe una volta l’anno dalla sua parete della Cappella degli Innocenti per aprire le danze nella notte di Ognissanti) alla simbologia tanatologica. Così per l’autore e per Carlo Vannini, che ha immortalato con maestria inquietanti panoramiche e particolari degli ossari, la morte non è un punto fermo e immobile, ma uno spiraglio per l’Altrove. Come per Leonard Cohen: “ C’è una crepa, una crepa in ogni cosa: è così che la luce può entrare”.



 

 

 
 
 
 

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