Morte a credito

Morte a credito
Anche se non guadagna ancora abbastanza “grana” per mantenersi come scrittore, troppe persone sono andate a farsi visitare dal dottor Ferdinand, che ormai si sente vecchio, e pure triste per la morte della portinaia. O sarà il temporale che scroscia su Parigi? L’aveva capito e gliel'aveva detto, alla portinaia Bérenge, che la sua era una brutta tosse; però, mentre stava andando a chiedere un parere al cugino Gustin, medico anche lui, è stato fermato prima da una marcolfa preoccupata per la salute della figlioletta che ne ha approfittato per farsi visitare a sua volta mostrando i segni delle violenze infertele dal marito, e poi pure da un cane malato e zoppicante che lo ha seguito fino a casa, ma il mattino dopo ha pensato bene di suicidarsi con un salto giù dalla finestra. Troppe ne ha viste nel corso della sua vita, fin da quando da piccolo viveva nel Passage e lavorava presso degli sfruttatori come Berlope e Gorloge, che lo licenziavano dopo poco tempo. I suoi genitori temevano dipendesse dal fatto che Ferdinand non si lavava il sedere e puzzava da morire, ma poi si convincevano che, semplicemente, il loro amato figlioletto era un buono a nulla...
Costruito come un lungo ricordo in cui il dottor Ferdinand ci introduce con poche pagine di assoluto delirio, questo è il secondo romanzo di Louis Ferdinand Destouches dopo Viaggio al termine della notte, e ne ripete non solo lo scandaloso successo ma anche in parte l’atmosfera, accentuando la vivace cupezza dello stile costruito attraverso il linguaggio argot, cioè una specie di dialetto popolare fatto di neologismi esemplificativi spesso volgari. Tanto che la prima volta che Morte a credito fu pubblicato, nel 1936, l’editore Denoël chiese a Céline di fare qualche taglio, richiesta non accettata che portò alla pubblicazione del testo con lunghi spazi bianchi al posto dei brani censurati, perlopiù descrizioni dettagliate di atti sessuali. Questa è anche la versione tradotta in italiano negli anni Sessanta dal grande poeta Giorgio Caproni, ma con la traduzione dei brani omessi che Céline accettò, per l’edizione nella Bibliothèque de la Pléiade del 1960, di riscrivere in forma meno scabrosa.

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER