Morte di Adamo

Morte di Adamo
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Piccolo Abi aspetta il suo Signore che ritorni. Ogni Pasqua prepara una tavola con la solerzia di chi è solo cuore e nessun calcolo. Gli danno del matto per quell’attendere invano. Il suo Signore è andato via da anni oramai e tutti convinti, morto chissà dove. Ma Abi no, lui spera, lui è certo che il suo Signore tornerà. Solo e vecchio, l’unica cosa che gli resta è un agnelletto che si è ritrovato sperduto tra i rovi e che ha accudito come il bene più prezioso. Come quel figlio, se non gli fosse nato morto e senza nome… Thalità sta lungo tempo sotto il sicomoro. Ogni giorno si siede alla sua ombra a guardare la strada oltre il cancello. Si incanta in quella direzione, nessuno saprebbe dire con precisione perché. Aspetta e spera di vederlo arrivare, il Rabbi, come arrivò quel giorno, a risvegliarla dalla morte. E a niente possono le chiacchiere contro il ciarlatano che i Maestri del Santo Sinedrio le riversano in casa; niente le loro blandizie per metterle in bocca parole di spergiuro su di lui. La piccola si porta in cuore e sulle labbra cucite l’ustione perenne del fuoco ardente di un incontro che nessun potere costituito potrà spegnere… Marco è un centurione, aspetta che l’uomo parli. Glielo hanno dato da frustare così, senza una condanna, ma i soldati lo hanno ridotto ad una poltiglia di carne spappolata, hanno confuso fustigazione e flagellazione. Ma quell’uomo è innocente e non tenta nemmeno di difendersi. Marco è guercio, ma il suo cuore dietro la corazza, dietro una vita misera fatta di ordini e comandi, dietro un carattere coriaceo e duro, vede; lo vede che quell’uomo fatto a pezzi, umiliato con una corona di spine, un drappo rosso ed una canna spezzata tra le mani non può essere solo un pazzo che si intitola re. Deve esserci una ragione, una ragione superiore più forte dei colpi di scorpione che stracciano le carni, più forte della paura dell’ombra della croce che si allunga sulle sue spalle…

Morte di Adamo è il capolavoro assoluto di Elena Bono, anima pura della letteratura contemporanea italiana, immeritatamente dimenticata. Una perla rimasta incorrotta e attualissima, una raccolta di sette racconti in cui figure minori quasi insignificanti dei Vangeli, che fanno da impuntura al cammino del Nazzareno fino alla sua crocifissione, si rendono protagoniste di altrettante storie. Uomini e donne che nella piccolezza delle proprie vite diventano testimoni di un incontro che li ha sconvolti e cambiati per sempre. Un incontro dal quale non si torna indietro, un gioco di sguardi che disorienta e scombussola e dopo il quale bisogna ricominciare tutto daccapo. Eppure, in Elena Bono non c’è il più pallido alone di dottrina. L’unica dottrina è quella della vita pura che trabocca da ogni poro, quella in cui ciascuno non può non riconoscersi. Chi non ha mai atteso qualcuno con l’ansia e la trepidazione che impiccia ogni gesto e ogni pensiero; chi non ha mai avuto paura o addirittura terrore di ciò che lo attrae eppure gli sfugge; chi non è mai stato turbato da uno sguardo nel quale si è sciolta tutta la propria anima e la propria durezza; chi, almeno una volta nella vita, non ha opposto un silenzio carico di significato ad una serqua infinita di chiacchiere vane; chi non ha mai portato in cuore un amore puro e così profondo da giustificare lo scherno, la solitudine e l’attesa? Morte di Adamo è una lettura senza riparo. È una lettura che scruta; è lo sguardo proiettato verso un Altrove che è deposito di essenziale, quello che per il Piccolo principe è invisibile agli occhi e che pure è il fulcro necessario di ogni vita umana. Un fulcro che si può raggiungere con molta osservazione e poco ragionamento. Con molta osservazione di cuore e di anima, con l’accordare se stessi agli altri ed in essi mettere radici. Ecco, è questo ciò che fa Morte di Adamo in un lettore che accetta di farsi attecchire; è questo che fa Elena con la sua parola mai inutile: mette radici.



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