Morte di Danton

Morte di Danton
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I seguaci di Danton deplorano la sanguinosa deriva giustizialista che imperversa a Parigi. Essi sostengono che la Rivoluzione debba ormai cedere il posto alla Repubblica, che sia tempo che lo Stato di diritto subentri al clima di terrore e persecuzione in atto. Il popolo si sente tradito dagli eroi rivoluzionari e il re è stato ghigliottinato, gli aristocratici impiccati ai lampioni, i girondini giustiziati; ma gli ideali di giustizia non trovano rispecchiamento nella conduzione del Comitato di salute pubblica. Le condizioni di vita delle persone non sono cambiate e molti vedono costrette le proprie figlie a prostituirsi per combattere la fame. I giacobini, invece, scorgono ovunque la presenza insopportabile di cittadini benestanti da eliminare. Danton, come i suoi sodali, teme che per placare il malcontento sociale Robespierre finirà per far rotolare anche le loro teste. Sa che la sua posizione moderata è osteggiata sul piano politico da hébertisti e robespierristi perché considerata fonte di vizi e di godimenti. Sa che essa è percepita dal popolo come una forma di debolezza e una presa di distanza dagli ideali ispiratori della Rivoluzione. Ed è perfino consapevole che questa, come Saturno, finirà per mangiare i propri figli. Ma decide nondimeno di recarsi da Robespierre per tentare di convincerlo del contrario…

Perseguitato dalle autorità politiche, lo scrittore e drammaturgo tedesco Georg Büchner (Goddelau, 1813 – Zurigo 1837) scrisse Morte di Danton a ritmo febbrile, nello spazio di sole cinque settimane, tra il gennaio e il febbraio del 1835. Benché il dramma sia contrassegnato da una costruzione teatrale frenetica che procede per quadri rapidissimi, dalla sua scrittura trasudano elementi di intensità poetica e di raffinatezza stilistica. Büchner pone al centro della propria opera le visioni divergenti di Danton e di Robespierre. La prima, caratterizzata dal profondo tratto umanitario del protagonista, ritiene che l’ingiustizia non potrà mai essere sconfitta, neppure dall’impiego della violenza. La seconda, influenzata dalla dimensione sanguinosa insita in tutte le insurrezioni rivoluzionarie, resta ostinatamente fedele all’idea, non meno pessimista, che la virtù possa essere indotta solo dalla pratica del terrore. Un dilemma che tocca una delle corde più profonde del nostro modo di vivere l’ansia di giustizia sociale e il bisogno di libertà, che da sempre pervadono l’animo umano senza mai riuscire a trovare una congiunzione favorevole. Dopo un periodo di lunga assenza dal palcoscenico il testo è stato recentemente riproposto a teatro dal regista Mario Martone in una trasposizione che ha debuttato al Teatro Regio di Torino il 9 febbraio 2016.



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