Morte di un autore

Morte di un autore
Londra, 1913. La città intera è in fermento per … un romanzo. La curiosità dilaga e cresce tra giornalisti, critici letterari e semplici lettori; tutti vogliono sapere dell’enigmatico Miroslav Eminovič, da quando Alistair Mopper ha raccontato ad una redazione giornalistica che l’affascinante e crudele protagonista del suo grande successo, il romanzo Il boiardo Miroslav, non è un personaggio di fantasia ma esiste nella realtà ed ha le fattezze (invero dissimili dal boiardo della sua storia) appunto del sedicente sarto muteno Miroslav Eminovič. Lui, Miroslav, ha deciso allora di rispondere di persona alle domande dei giornalisti e di raccontare la sua verità, per quanto terribile e incredibile possa sembrare. Peccato che molti sono disposti a credere proprio a tutto, tranne che a quella. O forse no. Forse c’è lei, Dorothy West, che forse può anche aiutarlo, che è giovane ma non ha paura delle sue mani sempre troppo calde, e nemmeno di guardarlo negli occhi. Neppure quando lui decide di mostrargli il suo vero volto, bello e terribile, quello che sopporta un dolore infinito da più di trecento anni …
È davvero curioso come un racconto possa restare nel solco fedele di una classicissima tradizione letteraria e allo stesso tempo discostarsene. Marija Elifërova, trentaquattrenne autrice russa qui al suo primo romanzo, ci è riuscita benissimo. Attraverso stralci di diari, articoli giornalistici e recensioni di critici scrive una storia difficile da definire, tra il gotico psicologico e il thriller di squisito gusto retrò, che forse a livello di intreccio non mostra marcate originalità (l’espediente del ritrovamento di un archivio da parte del redattore, le leggende balcaniche, il mito intramontabile dei vampiri: molto richiama innegabilmente Bram Stoker) ma che si arricchisce   di un gioco meta-letterario di specchi riflessi nel quale un autore (il romanziere), un personaggio (il protagonista del di lui romanzo), un interprete (l’attore che lo impersona nel film che se ne trae) si rapportano ad un pubblico curioso (di cui fa parte anche il lettore). Il fine è una riflessione sulla relazione tra questi elementi, sulla verità e la finzione narrativa e, soprattutto, sul rapporto tra l’autore e il personaggio da lui creato. “Le muse sono morte, sono rimasti soltanto l’autore e il suo personaggio, così spietato da prosciugare le energie vitali del suo creatore, amico e assassino …”. E ancora, sul senso dell’opera d’arte, quale che essa sia: “Il segreto di un’opera d’arte è racchiuso nella sua capacità di ricordarci il mistero”. Impossibile aggiungere altro senza togliere il gusto di scoprire una storia che prende forma lentamente, capace di condurre il lettore, tassello dopo tassello, a temere e amare il boiardo (a proposito, è un antico titolo nobiliare rumeno) Miroslav. Insomma Voland ha trovato l’ennesimo modo di stupire. Positivamente, s’intende.

 

 

 

 
 
 
 
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