Morte di uno scrittore

Morte di uno scrittore
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Nell’ateneo di Bannockburn tutto è pronto per l’attesa conferenza di Allen Horowitz, romanziere sempre in cima alle classifiche dei libri più venduti, venuto a tenere una Lezione Magistrale. Il suo compagno di scuola nonché collega E. Robert Pendleton, invidiato ed emarginato dagli altri professori di Bannockburn perché, al contrario di loro, ha ottenuto la cattedra quando era già un famoso scrittore, è stato incaricato di organizzare l’evento, ma nel pieno di una depressione che si fa sentire più forte nel confronto esistenziale con Horowitz, decide di togliersi la vita. A trovarlo ancora vivo, e a salvarlo, è Adi Wiltshire, bibliotecaria del campus e dottoranda fuori corso cui lo stesso Pendleton, già pensando al suicidio, ha affidato una tesi sulla sua opera di scrittore. Ed è sempre Adi a determinare la fortuna di Pendleton, quando scopre in cantina un suo romanzo pubblicato anni prima e decide di rieditarlo con l’aiuto non solo economico di Horowitz. Il grido, questo il titolo del romanzo che ottiene subito un enorme successo anche per lo stato semivegetativo in cui è ridotto l’autore dopo il tentato suicidio, è in parte autobiografico e tratta del truce omicidio di un’adolescente. A complicare il tutto, una cassetta spedita a un giornalista e arrivata alla polizia, che denuncia l’identità dell’omicidio raccontato nel romanzo, con l’omicidio, realmente avvenuto molti anni prima, della giovane Amber Jewel...
Attraverso il pretesto del torbido assassinio di un’adolescente, un “caso freddo” avvenuto dalle parti dell’università che costituisce la trama di questo suo ultimo romanzo, Michael Collins racconta al lettore la povertà umana e intellettuale di certi atenei americani, mediante i quali è alimentato il business dei letterati e dei loro critici, dei professori e degli aspiranti tali. Ne descrive le ossessioni, i vizi e i rituali, nella narrazione dettagliata dei luoghi disconnessi in cui vivono professori e studenti, autoemarginati in un mondo piccino piccino, ma così piccino che quasi ricorda gli atenei italiani. Collins lo fa conoscendo bene quel mondo, visto che ha tenuto a sua volta dei corsi di scrittura creativa all’università, e benché aggrappandosi a nodi sottilissimi, lo fa con la precisione di un ingegnere: del resto, ha lavorato in Microsoft come programmatore. Ecco così incastrate in delicata armonia, personalità complesse in conflitto con se stesse, la violenza del superuomo di Nietzsche che tanto fascino riscuote ancora, esperimenti di interazione linguistica con i primati, e filosofiche questioni annesse.

Leggi l'intervista a Michael Collins

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