Morte grezza

Morte grezza
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Un nuovo killer seriale è tornato a tormentare la tranquillità della Scozia. Adesca le sue vittime e dopo averle uccise lascia una firma sul loro cadavere. Lo chiamano Johnny Bible perché le modalità dei suoi efferati omicidi ricalcano in tutto e per tutto quelli di un altro spietato serial killer ‒ Bible John ‒ che negli anni Settanta uccise tre donne, ma non fu mai identificato. Se rotocalchi e quotidiani non hanno molta fantasia nel riciclare, invertendolo, il nome del nuovo misterioso assassino, per John Rebus è una storia che ritorna oltre il nome. Era appena entrato in polizia, messo sotto l’ala protettiva di uno dei veterani della squadra investigativa allorché il caso scoppiò. Quando Bible John si dileguò senza lasciare traccia, interrompendo all’improvviso la serie dei suoi omicidi, a Rebus rimase il fantasma di quella storia che adesso tornava a bussare alla sua mente portandosi dietro altri fantasmi, quelli della sua vita privata ridotta a cocci mai rimessi insieme e fiumi di alcool. Lo strano omicidio di un ragazzo, operaio su una piattaforma petrolifera nei mari a nord del Paese innesca nuovamente il meccanismo della caccia, i giornali strillano al ritorno del vecchio serial Killer, ma a Rebus qualcosa non torna. Le modalità, la scelta delle vittime, alcune leggerezze che Bible John non avrebbe mai commesso. Questa volta, però, tutto è ancora più ingarbugliato di prima: c’entra un passato coloniale nel Borneo, c’entra la lotta ambientalista, c’entra la polizia corrotta e la battaglia intestina agli spacciatori per spartirsi la piazza. C’entra che qualcuno tenta di incastrare Rebus. C’entra che Rebus porta uno stigma nel cognome…

 

 

Diciamolo subito, per sgombrare immediatamente il campo: Morte grezza ha una “tramaccia”. Un pessimo giallo, un illeggibile thriller, un annacquato noir. Lo sforzo di costruire una storia su più fronti, che sia un gioco di intreccio di varie sottotrame che alla fine dovrebbero convergere su un rettilineo finale, fallisce. E lo si avverte quasi subito che questa storia non andrà a parare da nessuna parte senza l’intervento di forzature aggiunte al limite della bulimia, inutilità variamente sparse. Arrivati alla fine, di tutte le storie correlate alla trama principale e che dovrebbero contribuire a darle spazio e aria, ci rendiamo conto che avremmo potuto farne a meno. in buona parte dei casi non servono, in altre circostanze si perdono in un rigagnolo che muore lì. Non servono, non aiutano, non costituiscono nemmeno un sollazzo per amore di trama. Rebus è tale, un enigma per se stesso e gli altri, uno di quelli che della normalità non sa che farsene e la diluisce a whisky e birra. Di investigatori così, pieni di problemi, attaccati alla bottiglia, con una vita malandata, un matrimonio fallito ed un figlio/a con cui non si intrattengono rapporti; investigatori che conducono le indagini senza seguire propriamente il manuale della buona condotta, puniti e spediti a timbrare carte ai confini del mondo, che si fanno divorare dai fantasmi dei casi passati e che pur in tutto questo casino sembrano essere specchi di incorruttibilità è piena la letteratura. Talmente piena che Rebus è proprio quel boccone di troppo che non riusciamo a mandare giù. Di Rankin si è detto molto, anche che sia il Camilleri britannico. Sarà sicuramente così. Non in questo caso, però.



 

 

 

 
 
 
 

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