Mosche d’inverno

Mosche d’inverno
Un tratteggio rapido, un tocco di colore. Duecentosettantuno ritratti nel momento che ci accomuna tutti: la morte. Come saranno morti gli scrittori Dino Buzzati o il profetico George Orwell? Come sarà stata la morte del famoso ciclista George Anquetil oppure quella di Ipazia, la nota astronoma di tempi andati e di recente protagonista di un film hollywoodiano,  matematica vittima dell'antifemminismo secoli fa?  Ed invece la morte della madre o dell'amica del cuore dell'autore? E cosa avranno realmente pensato prima di spirare Baudelaire il poeta maledetto, Frida la pittrice anti convenzionale, l'imperatore Tiberio, il tiranno Andronico, San Francesco? Come saranno i morti noti nella grazia degli Dei? E quelli di cuore oppure quelli che non avuto diagnosi, prognosi, magari sepoltura? Artisti. Condottieri. Ribelli. Apologeti. Servi del potere. Politici. Letterati e non. Pittori e forse non. Gente. Persone. Uomini. Donne. In fondo è questione di attimi, anzi meno, di secondi. Perché vaglielo a  spiegare tu agli anni, ai mesi, alle settimane, ai giorni che poi in un secondo e anche meno ecco non ci sei più. Siamo sempre inizi. Ma per finire…
La morte è uno degli eventi più democratici, anzi il più democratico di tutti, arriva per ciascuno senza sconti. Variano tempi e modalità, ma è la nostra unica certezza. Non si tratta di capire, almeno nelle apparenti intenzioni, cosa è la morte, ma come la si aspetta, più come arriva e non come la si sfugge, più come la si accetta che come la si teme. Come dice l’autore, essa ci cova per una vita. Leggendo questo agile e brillante testo del ravennate Eugenio Baroncelli, classe 1944, mi viene in mente la arguzia, la saputa scrittura di Antonio Tabucchi, letterato quanto basta per essere letto da chiunque, oppure una operazione condotta da Giuseppe  Pontiggia con la Vita di uomini non illustri, per certi versi analogo anche se distante per scrittura ed intenti, anche perché lì si parla della vita più che della sua naturale ed irreversibile fine. Prose liriche magari no, pare genere troppo impegnativo, magari se ne risentirebbe chi di questo tipo di scrittura ne ha fatto un genere ed allora parliamo di brillanti pezzi ritmati che sì, hanno spesso oltre che senso di ineluttabilità della fine e profonda ed inevitabile consapevolezza della nostra precarietà temporanea e terrena, una sorta di auto-compassionante ironia e una vivida scrittura lucida, ai margini della poesia, dove nulla nella frase è lasciato al caso pur senza ricercare le vertigini prosopopaiche della aulicità ieratica. È la morte che ci chiama semmai in vita, il contrario è di volta in volta impossibile, sembra alludere, nei duecentosettantaquattro brevi agili e riusciti paragrafi l'autore. Delizioso come un cioccolatino amaro, dolce come solo la mancanza di zucchero può far gustare, un testo ricercato, prezioso, ma non elitario, certo non di genere o di sapienza, meramente di lettura e di curiosità, magari per appuntare qualche memorabile detto o, se volete, assecondare quell’ indefinito accadimento di cui siamo schiavi, volenti o nolenti: la morte.

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