Mostri: la storia e le storie

Sin dall’antichità gli uomini hanno mostrato la loro inclinazione “a trasformare in mostruoso o fantastico ciò che non siamo in grado di interpretare o spiegare adeguatamente”. La descrizione da parte dei pochi viaggiatori di specie animali sconosciute o popolazioni con tatuaggi, piercing o strane usanze spesso si trasformava – in assenza di documentazioni visive – in narrazione fantastica, leggenda. La genesi di mostri mitologici poteva derivare anche dalla descrizione in termini esagerati di malformazioni neonatali (delle quali si notino i nomi in alcuni casi eloquenti) come la ciclopia, la sirenomelia, l’acefalia e la polidattilia. Alcuni casi di neonati deformi divenivano celeberrimi, come quello nella Toscana nel 1317 riportato da Giovanni Villani nella sua Cronica e da Antonio Pucci nel suo Centiloquio (“(…) un fanciul con due capi e tre piedi e quattro mano in Valdarno”). La nascita di questi gemelli congiunti al bacino – perché di questo si trattava – ebbe un risalto incredibile, tanto che a ricordo dell’evento fu realizzata una formella in pietra da apporre sulla facciata dell’Ospedale di Santa Maria della Scala, dove i neonati morirono. A causa anche di un errore nel riportare la data della nascita dei gemelli commesso da Petrarca nel Rerum memorandarum libri, nei secoli successivi la vicenda si ingigantì e trasformò: negli scritti di Licostene (al secolo Konrad Wolffhart) del 1557 i casi erano divenuti due anziché uno e questa versione venne presa per buona, tra gli altri, da Johann Georg Schenk nel 1609 e Ulisse Aldrovandi nel 1642...

Nasce dalla tesi di dottorato in Storia della Scienza all’Università di Firenze del naturalista Lorenzo Montemagno Ciseri questo breve saggio che somiglia più a una wunderkammer – i piccoli musei cinquecenteschi in cui venivano esposti feti deformi, fossili e animali impagliati (a volte frutto di ingegnose truffe), i cosiddetti naturalia – che a un saggio storiografico. Aneddoti, citazioni letterarie o pop e riflessioni generali si susseguono senza soluzione di continuità, raggrumate attorno a gruppi tematici e capitoli nemmeno troppo diversificati e definiti. Il che avviene forse non per una certa nebulosità nell’approccio, quanto per la consapevolezza da parte dell’autore che al centro del suo scritto c’è – più che l’urgenza di informare e approfondire – la voglia di riflettere sul carico simbolico dei mostri, sul posto che occupano, oserei dire da sempre, nell’immaginario collettivo. I mostri, scrive Montemagno Ciseri, “sono l’ancora di salvataggio di ogni nostra normalità che necessita di conferme continue e ci garantiscono un porto sicuro ogni volta che li chiudiamo fuori dalla porta, oltre quella soglia che ognuno di noi pone loro come limite invalicabile”, ed ecco perché raccontare di mostri significa raccontare di noi, motivo a ben vedere dell’antica fortuna di questo tòpos narrativo. Che si parli di Leonardo da Vinci, X-Files, Howard P. Lovecraft, Aristotele, Rabelais o De André.



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