Motel life

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La vita di Frank Flannigan e di suo fratello Jerry Lee non è mai stata facile. Hanno perso la madre per un cancro quando avevano rispettivamente 14 e 16 anni e sono rimasti soli, due adolescenti cupi e timidi, uno con la passione di inventare storie e l'altro con la passione del disegno. Il padre se n'era già andato di casa da un po', travolto dalla sua mania per il gioco e da una marea di debiti non pagati, il nonno aveva mostrato chiaramente che non li voleva tra i piedi. Entrambi hanno mollato la scuola e hanno cominciato a lavorare, ma i soldi erano appena sufficienti a mangiare e pagare l'affitto di qualche motel pidocchioso, anche perché nel frattempo Jerry Lee, tentando di salire al volo su un treno, si era ferito a una gamba, che aveva dovuto essere amputata sotto al ginocchio. Proprio nel parcheggio di un motel Frank aveva conosciuto Annie, figlia di una prostituta, e sulla sua pelle coperta di cicatrici aveva scoperto l'amore, finito però malamente quando aveva scoperto che la ragazza affiancava spesso e volentieri la madre in ammucchiate coi clienti. Ancora qualche anno di lavoro, birre e debiti, quando una notte all'improvviso Jerry Lee si presenta in camera di Frank: è sconvolto e ha il cadavere di un ragazzino nel bagagliaio. L'ha investito mentre attraversava la strada in bicicletta nonostante la notte e nonostante la neve fitta fitta. I due fratelli, terrorizzati, abbandonano il corpo e lasciano Reno in macchina, fuggendo verso il Montana. Ma Jerry Lee medita il suicidio...
Romanzo d'esordio per Willy Vlautin, cantante della band alternative-country Richmond Fontaine, e che esordio. Un viaggio on the road nell'America degli operai appena un gradino sopra alla povertà assoluta, del popolo dei debiti cronici e delle auto di quarta mano scassate, dei bar scalcinati e dei videopoker, dei bus della Greyhound, degli ospedali pubblici e dei malinconici motel che danno il titolo al libro. “Ho sempre avuto questa idea della fuga. Sin da bambino sognavo a occhi aperti che se avessi potuto fuggire la vita sarebbe cambiata da così a così. Un'idea tipicamente americana, quella che se cambi l'ambiente esterno anche l'interno cambierà di conseguenza”, ha dichiarato Vlautin in una recente intervista. E infatti i due giovani protagonisti tentano – invano – di sfuggire alla drammatica deriva che chiamano vita non solo con una decrepita Dodge Fury del '74, ma anche e soprattutto con l'evasione nella fantasia (le stupende storie-sogno-ninnananna di Frank punteggiano l'intera narrazione, e ogni capitolo è introdotto da un disegno di Jerry Lee) ma l'unica cosa che resta loro in un mondo che si sbriciola è il legame fraterno. L'estrema soavità dei personaggi e dei dialoghi contrasta con l'atmosfera opprimente, l'angoscia invincibile che alla fine della lettura lascia un dolore sordo nel fondo del petto.

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